L’attesissima finale di Champions League tra Juventus e Barcellona assume sempre più il sapore di una sfida all’O.K. Corral con i blaugrana che, a distanza, stanno rispondendo colpo su colpo ai successi dei bianconeri ottenuti in Italia. Campioni indiscussi nelle rispettive leghe e conquistatori della Coppa nazionale per una doppietta che lascia il segno nella storia e proietta i due club direttamente nel sogno triplete, già raggiunto peraltro dai catalani nel 2009 durante la leggendaria era Guardiola, Juventus e Barcellona stanno simulando una sorta di guerra fredda tra Allegri e Luis Enrique prima della deflagrazione totale di Berlino. Così il 27° successo in Copa del Rey conseguito dal Barça (la Juve ne ha vinte “solo” 10 di coppe nazionali) in finale contro l’Atletico Bilbao è il botta e risposta fatto di messaggi intimidatori tra i due club che si apprestano a conquistare l’Europa.

Nonostante avversari ben più consistenti incontrati nel cammino verso la finale di questa Coppa del Re di Spagna edizione 2014-2015 rispetto agli sfidanti baschi, Atletico Madrid ai quarti di finale per il Barça contro il Malaga dell’Atletico Bilbao e Villareal in semifinale contro l’Espanyol, la netta sensazione era quella di una vittoria di Coppa già annunciata, di una impasse tecnica da parte dei baschi incapace di competere con lo strapotere degli alieni di Catalogna. L’1-3 finale del match disputato al Camp Nou più che un risultato suona come un sillogismo, una conseguenza derivante da premesse logiche. Le stesse premesse che hanno portato alla dimostrazione un Barcellona sovrano in Liga, seppur con pochissimi punti di disavanzo sulla diretta inseguitrice, il Real Madrid e che molto probabilmente faranno parlare di un nuovo imper(i)o spagnolo di cui tutto il resto è provincia.

Non sappiamo esprimerci con precisione su quanto sia probante il test del Camp Nou in questi termini, con un Atletico Bilbao che è squadra coriacea e scorbutica, giunta settima nella Liga e che in questa stagione non è mai stata in grado di impensierire le grandi (perdendo ad es. la sfida col Barcellona sia all’andata che al ritorno), sappiamo però benissimo inquadrare i valori di una macchina da guerra perfetta come quella del Barça, con una potenza di fuoco incalcolabile (120 gol stagionali raggiunti dalla triade mortifera Messi-Suarez-Neymar).

Le linee difensive dell’Atletico Bilbao non sono tra le più scarse di Spagna (i baschi hanno la sesta miglior difesa con 41 reti subite in Liga) eppure la linea a quattro formata da Balenziaga, Laporte, Etxeita e Bustinaza è stata una maginot contro le combinazioni del Barcellona. Tolti quei 15″ dell’azione del primo gol di Messi in penetrazione, un assolo mozartiano, un sublime sberleffo al calcio che come un affondo di fioretto di Scaramouche lascia sul Camp Nou la “M” del suo autore (rimembrando degnamente un’altra “M” argentina), emerge tutta la miseria, anche tragica per certi versi (proprio pensando alla difformità di valori in campo), dei baschi contro la perfetta ortogonalità blaugrana: la precisione della rete di tocchi tra Rakitic, Messi, Suarez, Neymar è un Mondrian micidiale che dipingendosi sulla tela verde del prato infiamma gli spalti del Camp Nou. Quando il calcio è arte, signore e signori, c’è poco da fare.