Di per sé, la notizia che un calciatore di media fama come il tedesco Thomas Hitzlsperger (foto by InfoPhoto) sia gay non contiene nulla di eccezionale. Di più: non dovrebbe fregare nulla a nessuno. Questo, in un mondo senza prurigine e senza biechi moralismi. Invece, nel mondo che conosciamo (in cui, a quanto pare, quel che fa la gente in camera sua è un argomento di rilevanza nazionale), e ancor di più in un micromondo fortemente virile – e virilmente negazionista – come quello del calcio, il coming out dell’ex giocatore di Stoccarda e Lazio al quotidiano Die Zeit riveste un’importanza tutta particolare: che ci crediate o no, si tratta del calciatore più famoso ad aver ammesso pubblicamente la propria omosessualità.

Le resistenze del mondo dello sport, e del calcio in particolare, in questo senso sono note quanto numerose. Il caso più celebre è senz’altro quello di Justin Fashanu, attaccante che nel 1981 passò dal Norwich al Nottingham Forest campione d’Europa del mitico Brian Clough, una specie di José Mourinho ante litteram. Fashanu, che ancora non aveva fatto outing, non riuscì comunque a nascondere la propria natura al più linguacciuto dei tecnici d’Europa. Nella sua autobiografia, lo stesso Clough ci racconta di un suo dialogo al cianuro di potassio con il suo giocatore:

- Ragazzo, dove vai se vuoi comprare della carne?

- Dal macellaio

- E se vuoi del pane?

- Dal fornaio

- E allora perché continui ad andare in quei fottuti locali per finocchi?

Sembra una barzelletta, ma fu invece la cruda realtà. Fragile psicologicamente, Fashanu vide la propria carriera subire un crollo verticale e molti anni dopo, in seguito ad alcune gravi accuse (poi cadute) di violenza sessuale su minore, l’ex talento del calcio d’Oltremanica decise di farla finita. In Italia abbiamo storie meno drammatiche benché altrettanto volgari, come le vette poetiche raggiunte da Cassano (“I froci nel calcio? Affari loro“). Generalmente, i protagonisti del pallone si sono tendenzialmente sempre nascosti dietro un “non c’ero e se c’ero dormivo”. Con qualche lodevole eccezione – vedi Marco Borriello, che ha recentemente dichiarato di conoscere diversi calciatori omosessuali e di essere convinto che il suo ambiente sia maturo abbastanza per accettare eventuali outing – il calcio ha sempre reagito con imbarazzo, se non con aperto fastidio, alla questione. Che ovviamente è tutt’altro che ipotetica: verosimilmente, la percentuale di calciatori omosessuali non dovrebbe discostarsi da quella che si riscontra negli altri settori della società. Ora, tale fastidio e tale imbarazzo non sono del tutto incomprensibili, data la natura piuttosto intima della vita di spogliatoio. Ma, come ben sappiamo, la negazione, l’ostracismo e l’aperta ostilità non servono a nulla, solo a rimandare la resa dei conti a un futuro indefinito. Significa nascondere la testa sotto la sabbia. E, se ci pensiamo bene, questo sì che è poco virile.

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