Evidentemente, il collega del “Mattino” che è riuscito a intervistarlo (LEGGI QUI) è rimasto un po’ deluso. Credeva di incontrare qualcuno di molto diverso, una specie di Tony Montana con tanto di villa finto-neoclassica, mitraglia in mano e un dirigibile con la scritta “O’ munno è toje” sullo sfondo. E invece, ecco che si presenta un tipo dimesso, ”jeans e giubbino, mani in tasca e viso affranto, la Carogna offre un’immagine che non ti aspetti“. Trasecola il lettore: ma come? Gennaro De Tommaso detto Genny ‘a Carogna, l’ultras di tutti gli ultras, l’uomo rinascimentale il cui parere è stato indispensabile perché Fiorentina-Napoli si giocasse, è un pacioccone che non aveva a cuore altro che la salute del ragazzo a cui avevano sparato, e che con la maglietta “Speziale libero” intendeva soltanto manifestare solidarietà verso “una città dove abbiamo tanti amici“?

A quanto pare. Poi, certo, ci sono quelle immagini di Genny che parla con Hamsik, che manovra la folla, che stringe la Coppa Italia (del 2012) sul prato dell’Olimpico, come se fosse la cosa più normale del mondo. E soprattutto c’è quest’altro articolo del Sole 24 Ore che sembra restituire al capo dei Mastiffs tutta la sua profondità shakespeariana:

«Alcune rapine ai danni di Lavezzi, Hamsik o Cavani sono state consumate dai Mastiffs per punirli», spiega l’ex camorrista (Salvatore Russomagno, ndr) passato a collaboratore con la giustizia. Sono vendette dei tifosi arrabbiati coi loro beniamini. «Bisognava colpire quei calciatori che avevano rifiutato di partecipare a inaugurazioni di club o altri eventi organizzati dai tifosi», prosegue Russomagno. Una rappresaglia che colpiva quanti «rispondevano negativamente alle loro richieste». Fantasia? Chissà. Certo è che l’elenco delle aggressioni ai campioni azzurri e ai loro familiari è lungo e sospetto. Tanto che la Direzione distrettuale antimafia ha deciso di vederci chiaro aprendo un fascicolo conoscitivo.

L’ameno scenario “che non ti aspetti” viene completato dalle confessioni di altri camorristi pentiti:

Si chiama Maurizio Prestieri. È stato un boss del narcotraffico internazionale. Uno che a Napoli ha comandato. E tanto. Parla del legame che c’è tra la frangia più violenta della tifoseria e la camorra. «Il tifo organizzato è sempre espressione della criminalità organizzata e ciò è testimoniato dalla indicazione degli striscioni: lo striscione “Masseria Cardone” è relativo al clan Licciardi, lo striscione “Teste matte” è relativo ad un clan dei Quartieri Spagnoli

E quella sagoma della Carogna? Gli hanno dato quel soprannome per via di abitudini alimentari non propriamente urbane o c’è dell’altro?

Torniamo a Russomagno che aggiunge: «I Mastiffs ono spietatissimi, il loro capo è conosciuto come la “carogna”, ha lui in mano il potere».  Gli inquirenti sanno già chi si nasconde dietro questo soprannome. Un soggetto che spunta ogni tanto nei fascicoli sul clan Misso del rione Sanità. Uno che fa paura agli stessi «mazzieri» da stadio se è vera una intercettazione allegata agli atti di una inchiesta sulla guerriglia da strada scatenata dagli ultrà del Bronx.

Naturalmente si tratta di dichiarazioni da prendere con beneficio d’inventario, come tutte quelle che provengono dalla boccaccia di chi ha fatto il salto della quaglia solo dopo essere finito in gabbia. Forse pettegolezzi, forse diffamazione, al momento non si può dire, ma il quadro resta ben poco rassicurante. Per la gioia dei lettori del “Mattino” e per la gioia di Riccardo Bigon, che un paio di giorni prima della vergogna dell’Olimpico aveva scritto una lettera polemica al quotidiano inglese The Guardian, chiedendone le scuse per aver definito Napoli una roccaforte della camorra, e poi costretto a chiedere il permesso a Genny ‘a Carogna per giocare la partita.