Per una volta mettiamo da parte la deontologia professionale. Una volta si può, basta non eccedere. Per una volta parliamo con il cuore e cerchiamo di analizzare la situazione nel modo più oggettivo possibile. Difficile, lo so, ma bisogna farlo. La storia d’amore tra Adriano Galliani e il Milan è ormai giunta al capolinea. Anche ieri, nella gara di Verona contro il Chievo, l’ad rossonero è sembrato solo la brutta copia di sé stesso. Non gioiva, non s’arrabbiava, non insultava i calciatori (vero Abbiati?) e via discorrendo. Niente di tutto ciò, segno che ormai ci si trascinerà fino al termine della stagione e poi le strade si separeranno.

Però una domanda mi sorge spontanea: è possibile lasciar partire colui che dirige la tua azienda dal 1986, con alterne fortune, e della quale è anche vicepresidente vicario? Tecnicamente sì, ma i sentimenti, il cuore e soprattutto la riconoscenza? Tutte belle parole che al momento giusto non vengono però tirare fuori con fatti concreti. Già, perché Adriano Galliani, nato a Monza il 30 luglio 1944, avrà anche sbagliato nella gestione economica del club negli ultimi anni (questo, almeno, gli viene imputato…), ma mi sembra sia stato l’artefice massimo dei trionfi di casa Milan, colui che ha portato i rossoneri a potersi fregiare del titolo di “club più titolato del mondo”.

Dunque, di che cosa stiamo parlando? 8 volte campione d’Italia, 5 volte campione d’Europa e 3 volte campione del mondo; ha vinto inoltre 6 Supercoppe nazionali e 5 europee nonché una Coppa Italia, per un totale di 28 trofei ufficiali in 27 anni. Ah, già, ma ora c’è la rampante Barbara che freme; Silvio Berlusconi, un imprenditore senza cuore o una persona che cerca, con il cuore, di fare l’imprenditore anche con il Milan? Sarebbe bello poterlo chiedere a Galliani, ma di questi periodi…