Non è bastato un LeBron James maestoso e commovente nella sua irriducibilità, non è bastato il calore di una Cleveland che non si rassegna al suo destino di città mai campione di nulla: i Golden State Warriors del sublime Steph Curry si sono aggiudicati anche gara 6 delle Finals NBA 2015, conquistando il quarto anello nella storia della franchigia di Oakland, a 40 anni di distanza dall’ultima volta. E anche Barack Obama, superappassionato di pallacanestro e tifoso di Chicago, ha voluto celebrare con un tweet il trionfo di Golden State: ”Che squadra i Warriors! Stagione epica per Steph. Complimenti a LeBron e ai Cavaliers per lo sforzo incredibile profuso nonostante le avversità“. D’altra parte, il coach campione è quello Steve Kerr che nei Bulls di Jordan e di Obama giocò e vinse.

105-97 il risultato di un match sul quale i californiani hanno allungato le zampe sin dal primo quarto, chiuso avanti di 13 punti, e poi controllato nonostante la voglia matta di LeBron di riportare la serie sul Pacifico. I Cavs sono rientrati fino al -2 dell’intervallo lungo e hanno addirittura operato il sorpasso all’inizio del secondo tempo, riaccendendo la fiamma della speranza nello straordinario pubblico della Quicken Loans Arena, ma non si può battere la miglior squadra del mondo senza due pretoriani del Re come Irving e Love, soprattutto quando Sua Maestà, stravolto dalla fatica, segna sì 32 punti e recupera 18 rimbalzi, ma chiude col 39% dal campo. Curry è in serata normale – “solo” 25 punti e 8 assist – e così ci pensa Ezeli a scavare il solco a fine periodo con un 6-0 tutto suo (57-69), e nel quarto periodo è la tripla dell’MVP delle Finals, André Igoudala, a chiudere i conti (77-92). Tardivo e inutile il disperato tentativo di ricucire di JR Smith: il sogno è finito, LeBron si arrende come il glorioso Ettore, Steve Kerr è il coach campione al primo anno da allenatore come solo Pat Riley prima di lui, i Warriors riportano il titolo nella Baia dopo 40 anni.