La sfida era abbastanza strana, una portoghese e una spagnola che si giocavano una coppa in terra italiana. Per la serie che l’Unione Europea esiste davvero, in barba ai politicanti di questo o quel movimento che ne farebbe sicuramente a meno. Pace. Di contro, dall’altra parte della barricata, giornalisti da tutto il mondo: tanti italiani, certo, ma ho visto colleghi croati, portoghesi, spagnoli (ça va san dire…) arabi, francesi e persino un americano. Non manca più nessuno, solo non si vedono i giornalisti tifosi…

Già, perché i portoghesi sono rimasti composti come non mai, gli spagnoli si sono lanciati giusto in qualche esclamazione con connotati femminili negativi, ma è finita lì. Di mezzo, un mare di non tifosi, che forse speravano di vedere la Juventus impegnata. Tra questi, anche il sottoscritto: sì, ci speravo di vedere i bianconeri, ma tutto sommato ho scoperto due squadre molto, molto italiane. Catenaccio, contropiede, voglia di vincere ma anche tanta, tanta paura di perdere. E un po’, lo ammetto, il cuore mi si è spostato verso il Benfica, con quel Lima che mi piace un sacco. Beninteso, il Siviglia resta comunque un’ottima squadra. Che cosa c’è stato di diverso rispetto alla nostra serie A? Sicuramente nessuna squadra aveva la presunzione di essere superiore; e poi il tifo, ininterrotto, di entrambe le tifoserie. Un colore, un calore come non mai: impariamo da quanto ci arriva dall’esterno. Come diceva Giobbe Covatta qualche anno fa “Basta poco, che ce vo’?”

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