Per dirla alla Burt Bacharach, that’s what friends are for: è per questo che ci sono gli amici. Negli ultimi giorni è andato in scena lo scambio di tenerezze calcistiche più raggelante dell’estate: Joseph Blatter che accarezza Vladimir Putin, Vladimir Putin che coccola Joseph Blatter. Contestualizziamo. Il tiranno svizzero, in occasione dei sorteggi mondiali di San Pietroburgo, aveva ribadito con forza che la Coppa del Mondo 2018 si terrà in Russia, come da programma; il tiranno russo, da parte sua, ha ricambiato la cortesia, allontanando i sospetti di corruzione dalla figura del presidente FIFA e addirittura invocando per lui il premio Nobel per la Pace. Non è un’esagerazione giornalistica, ha detto proprio così: “Se c’è qualcuno che merita il premio Nobel, sono persone come lui – dirigenti di grandi federazioni sportive internazionali o che organizzano i giochi olimpici – che avvicinano le nazioni di tutto il mondo e migliorano i modi in cui interagiscono“. E d’altra parte, se l’anno scorso qualcuno ha avuto il coraggio di proporre il suo nome, cioè quello di Putin, tra i candidati al Nobel per la Pace, allora anche Blatter diventa un serio papabile.

Quella tra Putin e Blatter non è una semplice affinità elettiva, fondata su quisquilie come una concezione del potere fondata sul diritto divino e una certa avversione verso la libera pratica della democrazia, ma anche un’alleanza di comodo. E non sarà sfuggito che i due hanno un nemico in comune: gli Stati Uniti. “Se qualcuno è sospettato di aver commesso un crimine, allora la prova è raccolta e trasferita al procuratore del paese in cui risiede la persona sospetta“, attacca Vlado, riferendosi ovviamente alle retate dell’FBI nell’ambito delle indagini sullo scandalo-corruzione della FIFA, “ma questo non ha nulla a che vedere con un paese, grande o piccolo che sia, che va in giro per il mondo, trascinando in galera gli individui che vuole“. Una mano lava l’altra, tu fai un grattino a me e io faccio un grattino a te.