Momento decisamente difficile per Michel Platini che dopo aver subito una sospensione da parte della Fifa per l’ “affaire” del pagamento indebito di due milioni di franchi svizzeri nel quale è stato coinvolto, conferma di voler proseguire nel suo percorso di candidatura alla presidenza della Federazione del calcio mondiale.

Lo sfogo sul quotidiano francese Le Monde, più che un modo di scagionarsi, rappresenta la volontà da parte di Le Roi di fare innanzitutto chiarezza sugli scandali intervenuti negli ultimi mesi e di portare avanti un’idea di federazione pulita ed evoluta: “Sono stato sospeso per tre mesi ma quello che mi innervosisce di più è di essere messo in mezzo con gli altri. Trovo vergognoso essere infangato. I miei legali seguono le procedure Fifa e ricorreranno, se necessario, al tribunale arbitrale dello sport. Spero che tutto proceda con rapidità“.

Ovviamente sulla questione della presunta tangente Platini chiama in causa un dialogo avuto con Blatter per spiegare la faccenda con la massima trasparenza: “Nel 1998 ero presidente del comitato organizzatore della coppa del mondo e doveva essere eletto il nuovo presidente Fifa. Ero a Singapore e Blatter chiede di vedermi nella sua camera. Mi dice subito ‘Allora, si va o no?’. Mi dice che il presidente uscente Joao Havelange gli ha detto ‘Platini presidente e Blatter segretario generale è una soluzione molto elegante. Solo che a me non interessava. Ero nella Coppa del mondo, non mi ci vedevo. Allora Blatter ha deciso di candidarsi lui: ‘mi presento, ma ho bisogno di te. Ci rivedemmo due mesi dopo, mi chiese di essere il suo consigliere per il calcio. Ci accordammo. ‘Quanto vuoi?’ chiese Blatter. Risposi ‘Un milione. ‘Di cosa?’. ‘Di quello che vuoi, di rubli, di sterline, di dollari. A quell’epoca, non c’era ancora l’euro. Rispose: ‘d’accordo, un milione di franchi svizzeri all’anno“.

Concluso quell’episodio, Platini dichiara di non aver poi continuato a incassare lo stipendio per “negligenza”. E, per quanto riguarda l’assenza di contratti scritti (le famose “pezze d’appoggio” sulle quali sta indagando la Procura svizzera), afferma che si trattava di “una cosa da uomo a uomo” e che “nel diritto svizzero un contratto orale vale come un contratto scritto“.