Al termine di Parma-Milan, invece che riservare ai propri difensori il trattamento che i romani dedicarono ai ribelli di Spartaco (crocifissi lungo la via Appia, ndr), Adriano Galliani ha pensato bene di prendersela con l’arbitro Valeri, colpevole di aver negato due rigori al Milan e pretendendone persino delle improbabili scuse. Cartellino rosso inevitabile per la gialla cravatta. D’altra parte, se separiamo la stolida polemicuccia dal fatto concreto, possiamo senz’altro dire che siamo di fronte a un problema concreto: quello della regola sui falli di mano e la sua interpretazione. Fosse la prima volta.

Difficile accettare che, nella stessa giornata, due episodi più o meno analoghi (il fallo di mano di Glik in Napoli-Torino e il fallo di mano di Lucarelli in Parma-Milan) vengano giudicati in maniera opposta; e non, attenzione, perché uno dei due arbitri ha visto male, ma perché entrambi gli arbitri hanno dato la loro libera interpretazione alla regola. E, naturalmente, di eventi simili sono piene le cronache.

Il guaio è che la regola che disciplina il fallo di mano è tra le più bizantine che siano mai state concepite dall’uomo. In essa concorrono due elementi contrastanti, uno oggettivo (in teoria) e uno soggettivo (in teoria e in pratica), entrambi di complicatissima interpretazione, soprattutto se il giudice, ovvero l’arbitro, è chiamato a esprimersi in una frazione di secondo: il primo è il “volume del corpo”, il secondo “la volontarietà”.

Se la posizione delle braccia del difendente va ad aumentare il suo volume del corpo, allora il suo intervento è colpevolmente scoordinato e un eventuale tocco di mano comporterebbe l’assegnazione del fallo. Tutto bello, peccato che non esista alcun modo certo per stabilire se la posizione delle braccia aumenti il volume del corpo, dal momento che l’arbitro non scende in campo con uno scanner 3D. Né è possibile, per l’arbitro, valutare con assoluta certezza se il movimento delle braccia sia dinamicamente naturale. Le cose, già complicate così, diventano addirittura irresolubili se buttiamo nel mischione anche il concetto di volontarietà. In linea teorica, quasi nessun fallo di mano in area di rigore può mai essere volontario, a meno che in difendente non sia pazzo o corrotto (o disperato, come accade quando prova a sostituirsi al proprio portiere, ma quelli sono casi limite). In linea pratica, invece, si considera “involontario” il tocco di mano commesso quando la palla è prima rimbalzata su un’altra parte del corpo. E qui spunta un altro impiccio: e se la palla tocca prima un’altra parte del corpo e poi rimbalza sul braccio del difendente, che tuttavia aveva commesso l’errore di aumentare indebitamente il volume del proprio corpo? Che succede? Succede che si tira la moneta. Non è uno scherzo, l’arbitro in questi casi può decidere secondo una sua impressione epidermica, tanto ha la giustificazione per prendere sia una che l’altra scelta. Un po’ quello che è accaduto lo scorso anno, in occasione del celeberrimo fallo di mano di Grandqvist in Genoa-Juventus. Scelta giusta, scelta sbagliata? Boh, chi lo sa. Entrambe le cose, probabilmente. Il regolamento non è chiaro. E nemmeno le famose “direttive”, che spesso servono soltanto a generare ancora maggior confusione.

Forse, basterebbe ritornare alla saggezza contadina: se non li puoi battere, fatteli amici. Non c’è modo di garantire uniformità di giudizio al fallo di mano (in area, quelli fuori non generano polemiche)? Cambiamo la prospettiva. Il fallo di mano in area lo si punisce con un calcio di punizione a due e non con un penalty, a meno che non sia indubitabilmente volontario (capiterà due volte all’anno, ma capita) o che non fermi un gol certo (classiche “parate” sulla linea a portiere battuto). In tutti gli altri casi, ovvero il 95%, spannometricamente parlando, c’è solo punizione a due. E zero problemi.