GOTEBORG (Svezia) – “Scandinavium Arena“. E’ questo il nome magico che suggella, a Goteborg, in Svezia, sede dei 32esimi Europei indoor, la rinascita azzurra nell’atletica leggera? Piano con i voli pindarici, per carità, ma lasciamo parlare i numeri: cinque medaglie, dieci finalisti (ovvero gli atleti piazzati nei primi otto classificati), e 51 punti complessivi (otto punti al primo, uno all’ottavo); ottavo posto sia nel medagliere sia nella classifica a punti. Ma, soprattutto, 40 atleti italiani con età media di 25 anni, due primati nazionali abbattuti e una prestazione di assoluto livello mondiale, il 17.70 con cui il neo-ventiquattrenne Daniele Greco, da Galàtone, provincia di Lecce, ha vinto l’oro nel salto triplo (ieri, sabato 2 marzo), con la miglior prestazione del 2013 e 40cm sul secondo classificato, nonostante gli acciacchi vari di un fisico delicatissimo.

C’era anche il neo presidente del Coni, in tribuna, Giovani Malagò, a vedere la giovane Italia rialzare la testa nella disciplina regina dei Giochi Olimpici. Vero, ci sono state anche forse troppe eliminazioni al primo turno nella tre-giorni svedese, ma non si può volere tutto e subito. Un oro (Daniele Greco, appunto, nel salto triplo, fu quarto ai Giochi di Londra), 1 argento (Paolo Dal Molin, nato in Camerun da padre camerunense e mamma veneta, dalla quale ha preso il cognome, nei 60 ostacoli) e 3 bronzi (Veronica Borsi, 60 ostacoli, Michael Tumi, 23enne vicentino, 60m piani, Simona La Mantìa, salto triplo), questo il bottino finale della formazione azzurra. Linfa nuova per una squadra che ancora può contare su Fabrizio Donato, Andrew Howe, Antonietta Di Martino, Elisa Cusma. 

E pazienza se l’attesissima 19enne di Pordenone Alessia Trost, 20 anni fra 5 giorni, oro iridato jr a Barcellona e quest’anno unica atleta capace di arrampicarsi fino ai 2.00m (lo scorso 29 gennaio), che nell’alto rappresentano da sempre uno spartiacque tra buona misura ed eccellente prestazione, si è fermata oggi, domenica 3 marzo, al quarto posto nella finale dell’alto, sbagliando tre volte a 1.96m dopo aver superato la misura di 1.92 e aver sofferto non poco anche in qualificazione, su una pedana non semplice da interpretare. Alessia ha talento, fisico, testa e umiltà per diventare la numero uno in una disciplina (ha vinto l’oro la 33enne spagnola Beitìa) orfana di una fuoriclasse trascinatrice del movimento, in contumacia Blanka Vlasic, ma che da sempre premia le atlete più “esperte”, capaci di gestire la pressione. “La tensione mi ha devastato – ha detto l’azzurra al sito internet della Fidal, scherzando, ma non troppo – la qualificazione di ieri è stata un gara a tutti gli effetti, e probabilmente non sono riuscita a recuperare nello spazio di 24 ore. C’è un mix di emozioni contrapposte dentro di me: da una parte, la soddisfazione per un quarto posto che non mi dispiace del tutto, e per la bella stagione invernale; dall’altra, sono insoddisfatta per la misura che non è venuta qui, credo che l’1,96 avrei dovuto farlo. E’ stata una esperienza importante, sicuramente. Ora mi prenderò qualche giorno di riposo, e poi ricomincerò a lavorare duro. E’ l’unica cosa che devo fare”.

L’ultima giornata di gare ha portato all’Italia il bronzo della siciliana Simona La Mantìa (nella foto Colombo/Fidal), sposatasi il 6 ottobre scorso con Alessandro, nel salto triplo, dopo l’oro di Parigi 2011. L’azzurra finisce terza (14,26) alle spalle dell’ucraina Saladuha (14.88, prima misura stagionale mondiale) e della russa Gumenyuk. Visto l’infortunio all’anca patito a gennaio e, in più in generale, un inverno davvero tribolato, un obiettivo centrato e una medaglia di valore. Buon quarto posto di Chiara Rosa nel peso.

Ha fatto scalpore quanto accaduto nel salto con l’asta maschile: il francese Renaud Lavillenie si è imposto con la misura di 6.01, arrampicandosi poi, al terzo tentativo, fino a 6.07, seconda prestazione all-time dopo Sergei Bubka. L’asticella viene toccata, traballa, ma non cade. Una delle estremità, ricadendo, “scivola” dalla sua base iniziale e non ricade sui ritti, là dov’è naturalmente posizionata. Il regolamento fa scattare il nullo. Lacrime e disperazione del francese: il regolamento è probabilmente sbagliato, ma i giudici lo hanno solo applicato. Resta il fatto che Lavillenie aveva osato saltare là dove solo il mito Sergei Bubka era planato e si vede annullare la prova senza che l’asticella sia caduta… Capiamo la sua disperazione.

Gli Europei indoor sono tornati a Goteborg per la terza volta, dopo le edizioni del 1974 e del 1984. Quest’ultima  fu ricca di risultati per la squadra italiana: ben otto medaglie, record, una delle quali d’oro, conquistata, negli 800 metri, da Donato Sabia. In totale l’Italia ha conquistato 86 medaglie, 27 d’oro, 29 d’argento, 30 di bronzo.

In fatto di finalisti e di punti, il picco è  fissato invece nell’edizione di Genova 1992: 26 finalisti (18 uomini e 8 donne) e 98  punti. Da allora, solo una volta l’Italia ha raggiunto la doppia cifra in fatto di finalisti: a Torino, ancora una volta in una edizione casalinga, quando gli azzurri tra i primi otto furono 15 (72 punti). Per questo la rassegna appena conclusasi in Svezia è da valutare tra le più positive di sempre.