Alla fine di questa giostra degli Europei Under 21 si ritroveranno nella finale in programma martedì 30 giugno Portogallo e Svezia, le due nazionali artefici del vituperato “biscotto” che nel gruppo B di qualificazione aveva decretato l’eliminazione della nazionale italiana rendendo inutile la vittoria azzurra contro l’Inghilterra. Portogallo e Svezia hanno rispettivamente sconfitto nella maniera più sonora possibile (5-0 e 4-1) una Germania colpevole di troppi limiti e una Danimarca volenterosa ma monotematica, due nazionali che a conti fatti meritano di essere giunte a un “redde rationem” questa volta autentico poiché interpreti di un calcio, antipodico l’una con l’altra, che ha mostrato maggior organicità e concretezza, esibendo un minor numero di sbavature rispetto a tutte le avversarie. L’Italia – duole dirlo – ha scontato un esordio fatale, proprio contro la Svezia, che ne ha pregiudicato il susseguente percorso. Gli Europei Under 21 d’altronde sono una sorta di esame di maturità, e noi questa volta siamo stati rimandati a Polonia 2017 per i prossimi campionati Europei.

Fatta eccezione per il match contro la Danimarca vinto per 3-0, la Germania in questi Europei in Repubblica Ceca non ha mai fornito segnali convincenti, testimoni i due pareggi contro Serbia e la nazionale padrona di casa. La cosa più sconfortante è che a distanza di due anni dal fallimento di Adrion non si è notato un reale progresso nel gioco della nazionale tedesca di Hrubesch. Qualificazioni a parte (dove però anche l’Under 21 guidata da Adrion non aveva incontrato problemi) i tedeschi hanno deluso le ottime aspettative.

Sia difesa che centrocampo hanno mostrato limiti macroscopici, ipertrofizzati dall’organizzazione di gioco a orologeria del Portogallo. La Germania non è stata capace neppure di sfruttare ciò che gli riesce meglio, ovvero il gioco sulle corsie laterali, chiave del successo del match contro i danesi. Anche a causa, ancora una volta, del pressing avversario e di un sistema di gioco, quello portoghese, molto più moderno, che ha consentito anche a giocatori come William Carvalho, autentico mastino della mediana, il cui stile retró ricorda molto alcuni calciatori brasiliano-lusitani degli anni ’60, di avere il predominio a centrocampo, mettendo in seria difficoltà la nazionale tedesca in ogni settore del campo e conducendo una gara a senso unico, anche per l’incapacità di reazione e di trovare soluzioni adeguate a quello che è stato uno strapotere inconcusso.

L’altra semifinale, il derby scandinavo tra Danimarca e Svezia, è stato un match decisamente più sfaccettato nel quale gli svedesi hanno di nuovo mostrato il loro cinismo stendendo con un uno-due diabolico, rigore di Guidetti al 23′ per atterramento in area di Kiese Thelin e gol di Tibbling al 26′ su ripartenza, l’incredula Danimarca che fino ad allora aveva in pugno le redini del gioco. La nazionale allenata da Thorup ha continuato a fare il suo gioco strutturato su manovre estenuanti e, spesso, inconcludenti e la Svezia forte del duplice vantaggio ha gestito grazie a una ferrea organizzazione delle linee, fino alla rete al 63′ ad opera di Bech. La Danimarca ha cercato di dare l’assalto finale alla ricerca del pareggio ma ormai stanca per le energie dissipate si è allungata subendo le micidiali ripartenze svedesi, capitolando sul finale per altre due volte, prima con Quaison dopodiché con Hiljemark.