UPDATE 18.20: Allegri resta

UPDATE 17.32: ancora nessuna comunicazione ufficiale, si fa strada l’ipotesi di continuare con Allegri

UPDATE 16.45: stando a quanto trapela da Arcore, a sorpresa, Massimiliano Allegri non sarebbe stato messo sul banco degli imputati da Barbara Berlusconi, che anzi propenderebbe per una conferma del tecnico. L’ultima parola spetta al presidente

UPDATE 16.10: sarebbe finito da poco il vertice di Villa San Martino

UPDATE 15.40: Galliani ha annullato la sua presenza presso la Bocconi, dove avrebbe dovuto partecipare al seminario “I leader tra sport e impresa”, insieme a Stefano Domenicali, Simone Pianigiani, Livio Proli e altri esponenti del mondo dello sport italiano

UPDATE 14.45: al vertice di Arcore non sarebbe presente Adriano Galliani, ulteriore indizio che la sabbia nella clessidra di Allegri è agli sgoccioli

Se, nella dissoluzione morale ancor prima che fisica di quello che una volta fu l’impero del Milan di Berlusconi, è rimasta qualche vestigia superstite dell’antico bushido, tra queste vi è sicuramente la riluttanza a licenziare il proprio allenatore a stagione in corso. Smarriti i postulati riguardanti il “vincere e convincere”, la vocazione europea, la fedeltà alla vecchia guardia e altri ancora, sostituiti dall’anarchia arruffona e incoerente di queste ultime stagioni, il Milan ha perlomeno evitato di ricorrere al pericoloso strumento dell’esonero; come a dire, improvvisazione sì, isteria no. “A maggio si faranno i conti“, ripete spesso Galliani:  cosa buona e giusta, ma non sempre vera. In quattro casi, infatti, la pazienza del duo Berlusconi-Galliani è finita ben prima di maggio.

A dire il vero, il primo esonero della gestione-Berlusconi arrivò appena un anno dopo il suo insediamento, e la vittima fu un insospettabile: Nils Liedholm, uno dei personaggi più importanti della storia rossonera e in generale del calcio italiano del secolo scorso, nonché uno di quelli trasversalmente amati. Liddas, tornato al Milan da tre stagioni dopo aver riportato lo scudetto a Roma, fu esonerato nell’aprile del 1987, al termine di un Milan-Sampdoria 0-2, quando mancavano sei giornate al termine. Arrivò Fabio Capello, tecnico della Primavera e uomo-Fininvest per eccellenza: interregno felice, che si concluse con lo spareggio-UEFA proprio contro la Sampdoria (vinto per 1-0, gol di Massaro ai supplementari), e che aprì le porte all’avvento del Grande Milan di Arrigo Sacchi.

Nonostante il primo esonero portò sostanzialmente bene, per quasi un decennio via Turati lasciò tranquilli i propri allenatori. E ci mancherebbe, peraltro, visto gli irripetibili successi prima di Sacchi e poi di Capello, tornato al timone nel 1991, questa volta come coach a tutti gli effetti. Dopodiché, tocco a Oscar Washington Tabarez, il gentile Maestro uruguaiano che tuttavia si rivelò troppo tenero per un Milan di vecchi pirati decadenti. E, soprattutto, non piaceva a Silvio. Il primo dicembre del 1996, dopo il 3-2 di Piacenza, con tanto di leggendario gol in rovesciata del Toro di Sora Pasquale Luiso, Galliani fu costretto a rimuovere Tabarez e salutare il Sacchi-bis. Il re-impianto fusignate fu un disastro, tra l’eliminazione col Rosenborg e le sei sberle dalla Juventus di Lippi. Il Milan finì decimo e restò fuori dalle coppe per la prima volta per demeriti tecnici (quella precedente fu per la squalifica post-Marsiglia).

Altri quattro anni e mezzo e fu il turno del terzo esonero in corsa. Alberto Zaccheroni, un altro mai amato dal capo, esaurì in fretta il bonus conquistato per il più imprevedibile degli scudetti rossoneri, quello del 1999, vinto in rimonta sulla Lazio – a dire il vero, anche in quel caso Berlusconi si prese il merito per aver consigliato a Zac di giocare con Boban dietro le punte. Un po’ per quelle spallucce basse da ometto di provincia, un po’ per l’ostinazione a voler giocare con la difesa a tre, il “sarto” fu giubilato nel marzo del 2001 dopo uno scialbo pareggio a Bergamo e l’ottavo posto in graduatoria. Al suo posto l’accoppiata di padri pellegrini Cesarone Maldini-Mauro Tassotti: il Milan chiuse nel segno del 6, come la posizione in classifica e come i gol rifilati all’Inter nello storico derby dell’11 maggio 2001.

Il 2001 si conferma l’annus horribilis per i tecnici rossoneri. Fatih Terim, l’Imperatore turco che Galliani bloccò in primavera dopo che era stato pure lui seccato dalla Fiorentina, fu delegittimato già in estate dall’amministratore delegato rossonero, che ingenuamente dichiarò il proprio amore per Carlo Ancelotti, anche lui fresco di esonero dalla Juventus. Terim iniziò bene la stagione, vincendo un bel derby e conquistando l’affetto dei tifosi, ma non sopravvisse alla sconfitta per 1-0 contro il Torino in novembre e, soprattutto, alla voglia matta di Galliani di riportare a casa Carletto. Anche in questo caso, la mossa si rivelò fortunata: il Milan del 2001-2002 chiuse solo al quarto posto in campionato e fu eliminato in semifinale di Coppa UEFA dal Borussia Dortmund, ma si preparava già a diventare la squadra destinata a dominare il calcio continentale per le successive cinque stagioni.

Ora, a 12 anni di distanza dall’ultimo licenziamento, con ogni probabilità toccherà a Massimiliano Allegri. Come abbiamo visto, tre volte su quattro il cambio in panchina ha portato bene. E non c’è club in Italia che al momento abbisogni più del Milan di una bella botta di fortuna.