Già scattato il countdown per le elezioni presidenziali in sede Fifa: il calendario segnala -15 all’alba di un nuovo giorno nel quale a Zurigo si decreterà il nuovo corso dell’organismo più importante del calcio mondiale che, dopo aver rinnovato – rivoluzionandolo – lo scenario che aveva per protagonisti l’immarcescibile presidente uscente Joseph Blatter e il presidente Uefa Michel Platini, ora invischiati (e per questo squalificati dal Conìmitato Etico della Fifa) nell’affaire della presunta tangente da due milioni di franchi svizzeri elargita a quest’ultimo, vede come candidati al soglio presidenziale il segretario generale Uefa Giuseppe Infantino, il principe giordano Ali, lo sceicco del Bahrein Salman Al Khalifa, il francese Jerome Champagne (ex membro Fifa) e il sudafricano Tokyo Sexwale (membro dell’African National Congress).

Per conoscere più da vicino uno dei probabili nuovi presidenti la Gazzetta dello Sport ha intervistato il principe giordano Ali che, a discapito dei pronostici che vedono una gara a due tra Infantino e lo sceicco Al Khalifa, crede fermamente di avere delle chance alle urne di Zurigo:

“Certo che credo di avere delle chance - ha annunciato il principe Ali. Ho viaggiato a lungo e ho ricevuto reazioni positive durante i miei incontri: ho il supporto di molte delle 209 federazioni di tutti i continenti. Dovunque sono stato incoraggiato da chi vuole il cambiamento e l’inizio di una nuova era per la Fifa. Sanno di potersi fidare perché sono stato il primo dei candidati a parlare di riforme. Vogliono una Fifa del 21° secolo che agisca nel nome della trasparenza e del buon governo”

Il regnante giordano, uno che mostra di credere veramente tanto in un ruolo istituzionale come quello per il quale si è candidato, alla domanda cruciale “Come pensa di guarire il calcio oggi così malato?” ha rispsoto rilanciando un j’accuse generale: “È la Fifa che è malata gravemente, il calcio è in buona salute, anzi in fase di boom. I diritti tv in Europa raggiungono cifre impensabili. La crescita di nuovi mercati quali India e Cina è incoraggiante. Migliora dovunque la qualità del gioco. Il Mondiale si è disputato per la prima volta in Giappone, Sud Corea e Sudafrica negli ultimi anni. Quello che serve è un cambio di leadership. Una guida che rappresenti un allontanamento dal passato e favorisca un cambio culturale. Questo va di pari passo con cambi indispensabili nella struttura e nella governance, con alti standard di trasparenza ed etica: solo così il mondo cambierà opinione sulla Fifa. C’è così tanto potenziale fuori, tanti bambini che vogliono giocare e non hanno le giuste opportunità”.

E le prime tre cose che farebbe una volta salito sul soglio presidenziale sarebbero: “Indire un incontro con tutti i 400 dipendenti della Fifa: hanno bisogno di essere rassicurati e motivati. Dobbiamo ricostruire assieme l’organizzazione. Poi, in termini di riforme, proporrò mandati di otto anni per il presidente e per i membri del Consiglio (il probabile nuovo Esecutivo, ndr) e renderò pubbliche le relazioni delle riunioni e gli stipendi. Infine studierò il rapporto secretato di Michael Garcia sui Mondiali 2018 e 2022, per renderlo pubblico il prima possibile“.

Due quesiti importanti vertono sul tanto chiacchierato mondiale allargato a 40 squadre: “Vorrei che il numero delle finaliste aumentasse, questo sì, ma la questione richiede un’analisi tecnica approfondita. Non mi piacciono gli spareggi tra continenti: tuttavia la formula e il sistema per cambiare devono essere discussi con le federazioni. Di sicuro il numero di paesi che hanno migliorato il livello del loro calcio è cresciuto e questo deve riflettersi sul numero di finaliste. È sempre bello vedere nuove nazionali. Ma non userò questo tema per fini elettorali“; e sull’apparato tecnologico sempre più avanzato e sempre più in rapporto con lo sport: “Sono aperto al suo uso, a patto che serva a rendere il calcio più giusto. Altri sport come rugby e tennis l’hanno adottata con successo, ma credo che qualunque novità non possa interrompere il flusso di gioco e debba attuarsi durante le pause naturali. E prima dovrà comunque essere soggetta a un rigoroso periodo di sperimentazione“.

Infine, sulla delicata questione legata alle minacce portate dall’Isis nei confronti di eventi di ampia portata come quelli sportivi a carattere internazionale: “Il calcio deve essere protetto esattamente come la società. Se dovesse essere attaccato ancora, dovrebbe rispondere con compattezza com’è stato dopo l’attentato di Parigi. Ero a Wembley per Inghilterra-Francia pochi giorni dopo quei fatti, e la solidarietà e la voglia di non dover rinunciare a vedere una partita sono state commoventi“.