Paulo Dybala convocato da Antonio Conte per i prossimi appuntamenti della nazionale azzurra? Un’ipotesi tutt’altro che remota, a quanto riporta Sky Sport. Nei prossimi giorni, infatti, il commissario tecnico dell’Italia sarà a Boccadifalco per parlare col centravanti 21enne in forza al Palermo (foto by InfoPhoto), argentino di nascita e cultura calcistica ma con una preziosissima nonna materna italiana, e dunque tecnicamente reclutabile per la maglia azzurra. Il boom della Joya, la gemma, così è soprannominato Dybala, non ha lasciato indifferente nessuno: non i grandi club, che già stanno iniziando a ronzare attorno al giovin virgulto; non certo Maurizio Zamparini, che ha cominciato a fissare valutazioni iperboliche per la sua pietra preziosa, salivando alla sola idea di farne un nuovo Cavani o un nuovo Pastore; e, a quanto pare, nemmeno Conte, che evidentemente non è felice come dice di essere della classe operaia di cui al momento può disporre per il reparto offensivo (Immobile, Zaza, Pellé e compagnia sgobbante).

Dybala, ennesimo oriundo per l’Italia

Ordunque, l’oriundo non passa mai di moda. Tralasciando l’epoca d’oro dei sudamericani d’Italia, tra gli anni Trenta e Sessanta, nell’ultima dozzina d’anni la questione è tornata a riproporsi con puntualità in ogni gestione tecnica azzurra. Il capostipite di questa nuova ondata fu Mauro German Camoranesi, l’ala italo-argentina della Juventus che nel febbraio 2003 rispose alla chiamata di Giovanni Trapattoni e finì per diventare uno dei punti fermi della nazionale italiana da lì fino ai Mondiali del 2010, per un totale di 55 presenze, 5 reti e una Coppa del Mondo in tasca. Nessuno, prima e dopo di lui, ha fatto altrettanto, ma di certo i tentativi non sono mancati. Marcello Lippi fece il diavolo a quattro per portare in azzurro Amauri, che tuttavia accettò la convocazione solamente agli albori dell’esperienza Prandelli, in quella che rimase la sua prima e unica presenza (Italia-Costa d’Avorio, agosto 2010). Fu proprio Prandelli il cittì che sdoganò definitivamente gli oriundi, che lui chiamava “nuovi italiani”: Amauri, appunto, ma anche Thiago Motta (23 presenze), Osvaldo (14), fino a Paletta (3), Ledesma (1) e alla grottesca, singola chiamata di Schelotto.

Ora potrebbe toccare a Dybala e non sarebbe una mossa affatto stupida. A differenza dei suoi immediati predecessori, infatti, parliamo di un ragazzo giovane, dal talento ancora tutto da esplorare ma comunque cristallino, e non di un buon professionista da aggregare a un gruppo di buoni professionisti. Può anche darsi che questa via di mezzo tra Montella e Aguero si perda per strada, ma può anche darsi che diventi un campione di livello internazionale, ovvero ciò che Immobile e Zaza non saranno mai in questa vita. E Dybala che dice? Per ora nicchia. La voglia è quella di rappresentare il suo paese, questo è evidente, ma è difficile immaginare di trovare spazio in una nazionale che conta, tra gli altri, Messi, Higuain, Aguero, Di Maria, Tevez, Lavezzi, Pastore e Lamela. In Italia la concorrenza sarebbe infinitamente minore. Appartenenza contro convenienza: in genere vince la seconda.