Non si ferma il lavoro della Wada in merito all’ormai celebre binomio Russia doping. Dopo lo scandalo che una decina di giorni fa ha travolto l’atletica russa e toccato perfino il governo di Mosca – l’accusa non formale è quella di doping di stato, come ai tempi della cortina di ferro – l’agenzia mondiale ha inferto un nuovo colpo alla credibilità dello sport russo, dichiarando “non conforme” la Rusada, l’agenzia nazionale preposta ai controlli antidoping, al termine di un Consiglio tenuto questa notte (ora italiana) a Colorado Springs.

Un bel guaio, perché senza un’agenzia antidoping che rispetti i parametri Wada la Russia non potrà né ospitare né partecipare ad alcun evento sportivo internazionale. L’intera atletica russa è già stata provvisoriamente sospesa, anche se è contemplata la possibilità di far partecipare gli atleti russi “puliti” (previo controllo antidoping) alle Olimpiadi di Rio sotto la bandiera olimpica, come richiesto, tra gli altri, dalla supercampionessa di salto con l’asta Elena Isinbayeva. Il ministro dello Sport russo, Vitaly Mutko, si è detto rammaricato “per la decisione della Wada, ma posso dire che siamo subito pronti a iniziare a lavorare per riportare la Rusada agli standard richiesti e accelerare la riqualificazione del laboratorio“. Un atteggiamento decisamente più collaborativo di quello mostrato nelle ore immediatamente successive alla deflagrazione dello scandalo.

Ma la novità di giornata è che la Russia non è da sola – né sarebbe stato lecito crederlo, a pensarci bene. Il Consiglio della Wada ha infatti messo fuori gioco altre cinque agenzie antidoping nazionali, quelle di Argentina, Bolivia, Ucraina, Andorra e Israele, prendendo su di sé la responsabilità diretta dei controlli sugli atleti finché le agenzie non si saranno messe in regola. Sono finite nel purgatorio le agenzie di Brasile, Belgio, Francia, Grecia, Messico e Spagna, che dovranno regolarizzare la propria posizione entro il marzo 2016 per evitare le sanzioni già inflitte ai sei paesi di cui sopra.