La Procura Antidoping del Coni ha chiesto la squalifica per 26 atleti italiani accusati di doping. Venerdì arriverà il verdetto. Un fiume in piena di maratoneti, marciatori e chi più ne ha più ne metta. Ma qualche domanda sorge spontanea.

Prima di tutto: la Procura Antidoping ha chiesto due anni di stop per eluso controllo a questi atleti. Ma se stiamo parlando di tentativo di migliorare le proprie prestazioni attraverso l’uso di sostanze dopanti (e nel dettaglio di tentativo di eludere i controlli), il caso è davvero grave. In sostanza, ben 26 atleti avrebbero cercato di “saltare” il controllo antidoping. Motivo? Sostanze proibite nelle proprie urine e nel sangue? Forse.

Sta di fatto che se così fosse, ci troveremmo di fronte ad una vera e propria ondata di furbetti da radiare assolutamente dallo sport, altro che solo due anni di squalifica. E’ il solito problema che si ripresenta ogni volta che un atleta viene “beccato”: che senso ha una squalifica, magari anche di 4/5 anni, se poi si torna a gareggiare? Non avrebbe più senso una radiazione totale dallo sport?

Guardando l’altra faccia della medaglia, però, viene un dubbio: possibile che ben 26 atleti abbiano tutti cercato di fare la stessa cosa, contro le regole, per il medesimo motivo? I deferimenti sono partiti, le eventuali sanzioni saranno fatte in applicazione dell’articolo 2.3 delle norme sportive antidoping (“elusione, rifiuto e omissione di sottoporsi ai prelievi dei campioni biologici“).

L’indagine ‘Olimpia’, condotta dai Nas-Ros dei carabinieri di Trento su mandato della procura di Bolzano, ha archiviato la posizione di 39 dei 65 tesserati Fidal che comparivano nell’indagine: tra questi anche Alex Schwazer e la Grenot. Tra i 26 deferiti, invece, ci sono anche rappresentanti di spicco dello sport atletico azzurro come Fabrizio Donato, Matteo Galvan, Daniele Greco, Giuseppe Gibilisco, Andrew Howe, Andrea Lalli, Daniele Meucci, Christian Obrist, Ruggero Pertile, Gianluca Tamberi, Fabrizio Schembri e Silvia Weissteiner. Rischiano tutti due anni di squalifica.

Il tutto nacque per “colpa” di Alex Schwazer, la cui positività venne riscontrata nel luglio 2012; il marciatore italiano venne squalificato per tre anni e nove mesi e ora sta tentando anche di rientrare nel giro. Dunque una squalifica non in linea con quanto richiesto dalla Procura per gli altri 26 oggi, un dopato reo confesso che può tranquillamente tornare a gareggiare: è questo lo sport che vogliamo?

Il presidente della federazione d’atletica leggera, Alfio Giomi,, con parole di circostanza aveva ribadito la sua totale “fiducia nell’operato della Procura Antidoping del Coni”; oltre a questo, però, dovrebbe porsi un’altra domanda. L’atletica, vista quest’ondata (presunta, per ora…) di doping, è uno sport morto? Non andrebbero riviste un po’ di cose?

E poi, non sarebbe meglio avere delle regole precise, chiare e soprattutto molto pesanti per chi trasgredisce le regole? “Siamo delle vittime innocenti, qualcuno ha fatto male il proprio lavoro, con incompetenza”, aveva detto a suo tempo Fabrizio Donato, 39 anni, medaglia di bronzo a Londra 2012 nel salto triplo.

I 26 atleti in questione rischiano un lungo stop e dunque anche di saltare i Giochi di Rio 2016; e questo perché, stando a quanto avevano riferito tutti e 26, c’era stato un ritardo nell’aggiornamento del “where about”, ovvero nel comunicare la propria reperibilità. Una quisquilia, se la paragoniamo allo scandalo cinese, a quello russo o a chi, come Licciardi, aveva fabbricato un pene finto per eludere i controlli. Senza dimenticare che Sebastien Coe, neo eletto presidente della IAAF, l’organo internazionale di atletica leggera, pare sapesse del doping a priori: ma se parliamo di un movimento marcio dalla testa, non avrebbe più senso cancellare del tutto questo sport?