Sono passati 20 anni da quella mattina di tarda primavera in cui Agostino Di Bartolomei, condottiero del secondo scudetto della Roma, decise di accommiatarsi dalla vita nel modo più tragico, con un colpo di pistola sulla veranda di casa sua, a Castellabbate, nel Cilento, mentre moglie e figlio dormivano. Affidò a uno scarno biglietto le ragioni del suo gesto: “Sono in un tunnel senza fine, non vogliono farmi rientrare nel mondo del calcio“. Poche parole che in realtà lasciavano solo intravedere il male che aveva afflitto l’ex capitano giallorosso nel corso dei suoi ultimi anni: la depressione.

Dopo l’addio al calcio, nel 1990, Di Bartolomei aveva provato a rilanciarsi prima come commentatore sportivo, poi come imprenditore, ma senza successo. Quest’uomo introspettivo, amante dei libri e delle mostre d’arte, silenzioso e riservato ma anche tremendamente fragile, non resse al cambio di paradigma che si impone a chiunque debba interrompere, per questioni anagrafiche, una vita da idolo dello sport. Aprì una scuola calcio, ma il sogno era quello di tornare alla sua Roma, magari come allenatore delle giovanili. Nessuno si fece sentire. Eppure, come ricordò la moglie Marisa De Santis, qualche anno fa, “Agostino era deluso dagli altri, ma era felice“. Era apparenza. Il suo ultimo gesto fu premere il grilletto di una Smith & Wesson calibro 38 regolarmente detenuta. Era il 30 maggio 1994. Dieci anni prima, la Roma, con Di Bartolomei in campo, perdeva la finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool.

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