La settimana dedicata agli impegni delle nazionali ha contribuito a disperdere il velenoso polverone sollevato dalle decisioni dell’arbitro Rocchi in Juventus-Roma, ma non del tutto. Ora, alla vigilia della ripresa del campionato, è Morgan De Sanctis, nel corso di un’intervista concessa alla Gazzetta dello Sport, a tornare a piedi uniti sull’argomento, dall’alto di una posizione invidiabile: quella di portiere giallorosso che ha mosso i primi passi in Serie A proprio con la maglia della Juventus. “Con loro si ha sempre la sensazione di non giocare ad armi pari“, attacca De Sanctis, “il sistema italiano si basa sul principio non scritto che il forte ha sempre ragione e gli si può concedere di tutto“.

La colpa, per una volta, non sarebbe di sordide macchinazioni volte a far vincere sempre la stessa squadra, ma di quel fenomeno chiamato sudditanza psicologica che fu correlato per la prima volta al calcio nel 1967 dal dirigente arbitrale Giorgio Bertotto, parlando dei presunti favori arbitrali di cui godeva la Grande Inter di Herrera e Allodi. In poche parole, gli arbitri tendono a strizzare l’occhio alla grande squadra non perché corrotti, ma perché involontariamente sottomessi alla sua autorità; e talvolta la grande squadra, conscia di questa debolezza, punta ad approfittarne consapevolmente, attraverso una serie di atteggiamenti più o meno persuasivi (o addirittura intimidatori) nei confronti degli arbitri stessi. “E’ assurdo“, conferma De Sanctis, “che 4-5 juventini debbano protestare con Rocchi, che è bravissimo. E’ una situazione studiata che usano nei momenti di indecisione“.

Quello della sudditanza psicologica è un concetto più sottile, più articolato, e sicuramente più accettabile, di quelli che rimandano alle varie teorie del complotto applicate al calcio. In effetti, è spesso stato accolto anche da chi si trova, o si è trovato, dall’altra parte della barricata: vedasi, tanto per citare il più recente, Giovanni Trapattoni, che ha riconosciuto come anche la sua Juve godesse di un trattamento di riguardo da parte della classe arbitrale. In ogni caso, questo non può e non deve rappresentare un alibi, come dovrebbe sapere bene lo stesso De Sanctis. L’anno scorso, di questi tempi, dopo un pareggio contro il Torino, il portiere giallorosso spronò la squadra a non pensare agli arbitri, perché “nello spogliatoio non deve mai entrare il virus che gli arbitri possano influire sul risultato”. E a Benitez, che aveva giudicato in maniera negativa l’arbitraggio di Roma-Napoli dello scorso anno, De Sancis aveva risposto così: “Non si deve parlare degli arbitri perché alla Roma non è stato fatto nessun favore, alla Roma non è stato dato nessun vantaggio, i punti li abbiamo guadagnati sul campo“. Da persona intelligente qual è, De Sanctis saprà notare la contraddizione. Va bene parlare della sudditanza psicologica, verosimile quanto indimostrabile (e comunque irrimediabile), ma poi si vince sul campo. E la Roma ha tempo e mezzi per farlo.

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