Daniele Colli, classe 1982, è un ciclista  italiano del team Vini Fantini-Selle Italia. Professionista dal 2005, ha toccato i pedali per la prima volta all’età di sei anni e adesso racconta la sua grande passione in un’intervista a Leonardo.it.

Nonostante la giovane età hai un Curriculum molto fitto e una carriera che parla da sola. Il tuo intenso percorso ti ha portato a gareggiare per molte squadre (Carmiooro-A-Style, Ceramica Flaminia, Geox-TMC, Team Type 1-Sanofi e ora  Vini Fantini-Selle Italia), raccontaci il momento più bello della tua carriera…

“Quando sono tornato a correre dopo la malattia e ho riattaccato il numero alla maglia sicuramente è stato uno dei momenti più emozionanti della mia carriera. Avevo davvero rischiato di non correre più, quindi mi sembrava come fosse la prima corsa. Un altro momento indimenticabile è stato sicuramente l’anno scorso quando ho vinto al giro d’Austria a Vienna: lì davvero mi sono reso conto di aver completato, ma non terminato, un cammino. Guardandomi indietro ero finalmente arrivato dove volevo, ce l’avevo fatta. Ripensando a tutto il periodo in cui sono stato fermo, costretto dalla malattia, e vedere di essere tornato più forte di prima è stata davvero un gran traguardo e la fatica non mi è sembrata nulla in confronto al tumore. Insomma… Quando alzi l’asticella e riesci a saltare, poi quando si riabbassa è tutto più facile.”

Durante la tua esperienza hai avuto l’opportunità di conoscere molti corridori. A quale di loro ti senti più vicino? Da un punto di vista professionale e umano?

“ Mi sento di fare il nome di Franco Ballerini, soprattutto da un punto di vista umano. Mentre lui era il CT della nazionale italiana e io ero finito in una squadra mediocre ungherese si è disturbato per venire da me e dirmi di “non mollare”, che avevo classe e di continuare così. Il fatto che abbia speso parole e tempo per confortarmi mi aveva fatto molto piacere ricevere all’epoca e mi è stata la spinta giusta in un periodo non facile della mia vita in cui ero demotivato e avevo paura di non riuscire più a tornare in gioco ai livelli di prima.”

Se non avessi fatto il ciclista cosa avresti fatto nella vita? 

“Non mi sarebbe dispiaciuto avere a che fare con l’organizzazione eventi e delle pubbliche relazioni in generale. Qualcosa che avesse comunque a che fare con il contatto con la gente.”

Nel mondo del ciclismo si sente spesso parlare di doping. Secondo te cosa spinge un atleta a farne uso? Cosa c’è di sbagliato alla base? E qual è il messaggio che ti senti di rivolgerei ai giovani esordienti che magari vedono in te un esempio di sport?

“Per quanto riguarda il discorso Doping, nel ciclismo è un argomento molto sentito ma è anche molto controllato, nel senso che Io ad esempio devo dare la mia reperibilità tutti i giorni per sottopormi ad eventuali check. In questo settore ci sono tantissimi controlli, molti di più rispetto agli altri sport. Le gare sono fattibili non c’è bisogno di doparsi secondo me; un atleta però può a volte cadere in un vortice che comprende compensi economici ed esposizione mediatica. Ci sono atleti che si alzano alla mattina per fare record, dalla loro prestazione dipende tutto, sono numeri, fonti di guadagno.

Il problema di fondo è che non esiste una squalifica a vita, dovrebbero esserci pene più severe e chi fa uso di sostanza dopanti dovrebbe essere bandito dall’intero mondo dello sport per sempre.

Io credo che le scorciatoie non portino a niente e che non ne valga la pena. Si rischia di essere scoperti (e quando accade ti crolla il mondo addosso) e di rimetterci anche in salute. Un atleta se decide di prendere una scorciatoia sicuramente arriverà per primo ma non avrà quel bagaglio di esperienze che formano davvero uno sportivo. Si perde il gusto della conquista.”