Per com’è arrivato, il pareggio di Verona, l’ottavo nelle ultime nove partite, rappresenta forse il punto più basso dell’esperienza di Rudi Garcia sulla panchina giallorossa. La crisi Roma è ormai acclarata e non è più soltanto una questione di mera classifica, con un bottino di 15 punti nelle ultime 11 giornate (tanto per intenderci, appena quattro in più del miserabile Milan di Inzaghi), un distacco dalla Juve che si è fatto praticamente incolmabile e il fiato sul collo di Napoli, ma anche Fiorentina e Lazio. E’ anche una questione di atteggiamento: il classico fatalismo che permea Trigoria e dintorni si è trasformato in depressa accettazione della realtà, assenza di reazione, resa senza condizioni. La Roma non lotta più, non ci crede più, e perfino il violinista Garcia, il nuovo Mourinho, hombre vertical che non ha paura di tuonare contro la Juve e di dirsi sicuro dell’incoronazione della sua squadra a campione d’Italia, ora mugola rassegnato, invita i suoi a difendere il secondo posto, definisce “inquietante” la prestazione offerta contro il Chievo.

I capi di imputazione che pendono sulla testa del tecnico francese sono diversi. Dal punto di vista della comunicazione strategica, come detto più volte, l’aver regalato ai suoi giocatori un alibi universale come quello arbitrale dopo il match contro la Juve di ottobre è stato un autogol clamoroso: non solo ha alimentato il fatalismo vittimista a cui abbiamo accennato prima, ma ha anche riacceso l’orgoglio dei bianconeri, che fino a quel momento sembravano aver perso la spinta feroce delle passate stagioni (spinta che, non a caso, ora è tornata a dissolversi, visto che si sono dissolti anche gli avversari). Il celebre gesto del violino fu salutato, giustamente, come un capolavoro all’altezza delle manette à la Mou, ma ha finito per ritorcersi contro di lui, perché senza uno spettacolo degno la scenografia grandiosa non basta, anzi finisce per sembrare pacchiana. E qui arriviamo agli errori del campo.

Cascasse il mondo, contro il Bayern Monaco e contro il Cesena, la sua Roma gioca sempre alla stessa maniera, con lo stesso modulo e lo stesso stile. Coerenza e convinzione, si direbbe, se le cose andassero bene; ma siccome le cose vanno male, ecco che i due termini diventano cocciutaggine e scarsa creatività. La manovra offensiva si basa unicamente sulle sgroppate di Gervinho – peraltro fuori forma – e sulle invenzioni sempre più rare di Totti, e l’assenza di un centravanti da 20 gol all’anno, seppur non interamente addossabile al tecnico, è comunque un grave limite per una squadra che ha ambizioni di scudetto. Non ha convinto nemmeno la gestione del capitano giallorosso, schierato 29 volte in 36 gare ufficiali: troppe, per un giocatore che a settembre farà 39 anni. A preoccupare, infine, è la tenuta mentale mostrata dalla squadra nelle ultime uscite, o forse da quando è arrivata la mazzata dell’eliminazione dalla Champions League, vero spartiacque della stagione: arrendevole e per nulla coesa, sembra che non segua più il suo allenatore. Garcia ha smarrito la sua Roma e il tempo che gli resta per ritrovarla è sempre di meno.