Ieri si è consumato un altro capitolo della crisi Parma, vicenda che da tempo oscilla amabilmente tra il genere tragico e farsesco. Quei 25 milioni di euro necessari a liquidare gli stipendi arretrati, promessi dal presidente settimanale Giampietro Manenti, non sono stati versati entro l’ultimo termine utile, ovvero la mezzanotte del 16 febbraio. Lui prende tempo: stanno arrivando, dice, è solo questione di tempi tecnici perché i bonifici vengano accreditati da una banca (estera) all’altra, e il ds Leonardi gli fa eco. Aspettiamo, dunque, sperando che lo facciano anche i calciatori e il resto dei dipendenti del club. Basta la volontà di uno solo di loro di mettere in mora la società per far crollare tutta questa inconsistente impalcatura.

Chi non ha aspettato è l’ufficiale giudiziario, che questa mattina si è recato al centro sportivo di Collecchio e ha disposto il pignoramento di tre furgoni e un’automobile aziendale. E di certo non aspetterà la giustizia sportiva. A questo punto, infatti, è garantito che il Parma venga punito con una penalizzazione di cinque punti in classifica: due per  l’insolvenza dello scorso autunno, altri tre per la recidiva di ieri. Resta solo da stabilire se il -5 interesserà questo campionato o il prossimo, in cui la squadra giocherà in Serie B (a questo punto, c’è quasi da augurarselo, tanto per mettersi in salvo da sorti peggiori).

Ma cosa succede se i soldi promessi da Manenti non dovessero arrivare nemmeno oggi? La sensazione è che non ci sia più tempo per chiedere altre proroghe ai calciatori. Senza bonifici, al più tardi domani il Parma verrà messo in mora e l’intera rosa sarà libera di risolvere unilateralmente il proprio contratto, come ha fatto Antonio Cassano, e di firmare come free agent per un altro club, e la società sarà costretta a spedire allo sbaraglio la squadra Primavera. En passant: dicesi “campionato falsato” da Lega e FIGC, colpevoli di aver consentito, guardando da un’altra parte, che per il nostro depauperato campionato si aggirasse un morto che cammina.