La crisi del Parma potrebbe potenzialmente tramutarsi nell’ennesimo scandalo di calcioscommesse, o perlomeno costituire un richiamo irresistibile per gli avvoltoi del settore. E se a lanciare l’allarme non è chissà quale sito catastrofista, ma una persona sulla cui serietà nessuno può avanzare dubbi come Damiano Tommasi, presidente dell’AIC, allora forse è il caso di considerarlo scrupolosamente. “Quando si scende in campo in una situazione di grande difficoltà economica come quella del Parma, il rischio è quello di rientrare in vicende poco gratificanti, legate a risultati non corretti. Siamo preoccupati, visto quello che è successo negli anni scorsi legato alle scommesse e alla regolarità dei campionati“, ha detto l’ex mediano di Roma e nazionale, a margine di un incontro tra CONI e ministero del Lavoro per la promozione delle politiche di integrazione nel mondo dello sport.

Detta più chiaramente: se già di solito ci sono calciatori disposti a vendere la propria dignità professionale in cambio di qualche decina di migliaia di euro in più rispetto a quelle che guadagnano, figuriamoci quando c’è un’intera squadra che da mesi non percepisce una moneta. Non è un’accusa diretta nei confronti dei giocatori del Parma, e ci mancherebbe altro, ma i timori espressi dal presidente dell’Assocalciatori sono legittimi: una squadra praticamente già retrocessa, composta da giocatori senza stipendio, è un fattore di rischio a cui il calcio italiano non può permettersi di rimanere esposto. La realtà è che è inammissibile che si sia arrivati a una condizione del genere: a nessun club può essere consentito di condurre metà stagione con una sola mensilità elargita ai propri dipendenti. “La situazione è intollerabileE’ la dimostrazione che le norme attuali non sono abbastanza severe. Bisogna essere più restrittivi, visto che si parla di società garantite da contratti economicamente importanti“, conclude Tommasi. Come spesso accade, bisognava pensarci prima.

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