E ora, a quanto pare, anche la breve clessidra di Clarence Seedorf (foto by InfoPhoto) sembra stia spillando gli ultimi granelli. Il fronte compatto della stampa sportiva nazionale garantisce: se l’olandese, non più giocatore e non ancora tecnico, non riuscirà a eradicare dal Milan quel cancro impercettibile che lo sta divorando dall’interno entro le prossime due gare, domenica contro la Lazio e mercoledì contro la Fiorentina, allora sarà la sua capoccia a rotolare lungo il patibolo di questo insensato Termidoro. Dopo quella di Tognaccini, dopo quella dei calciatori strapagati, dopo quella di Allegri, dopo quella di Braida, mentre quella di Galliani è ancora attaccata al collo per qualche logoro brandello di tessuto.

Tutto ciò che vediamo, quel che sembriamo, non è che un sogno dentro un sogno“. Così, 165 anni fa, Edgar Allan Poe si arrendeva all’ineluttabile vanità dell’esistenza per cui ogni atto o pensiero è fatalmente svuotato di ogni significato. Ed è così che si sentirà il tifoso rossonero di fronte a una sequenza di eventi apparentemente privi di qualunque accezione razionale.

Dall’esonero mancato di Massimiliano Allegri dello scorso giugno (scelta consapevolmente suicida e noi l’avevamo detto: non si tiene in sella un tecnico delegittimato per il solo motivo di non pagargli i 3 milioni dell’anno di contratto residuo), al violento dispaccio di Barbara Berlusconi contro Galliani di novembre e conseguente tsunami societario; dal salvataggio del Soldato Adriano per questioni di liquidazione elefantiaca (ma solo con la testa di Allegri come pegno), alla scelta di Seedorf, che ancora non aveva chiuso la carriera di giocatore, con tanto di filo diretto con Arcore a mo’ di garanzia; dalle strambe scelte tattiche e gestionali del neotecnico olandese, fino al tutti-contro-tutti a cui stanno assistendo oggi gli sbigottiti tifosi, per i quali evidentemente la corte non ha ritenuto sufficiente la condanna a doversi sorbire spettacoli indegni come quelli di quest’anno. Il tutto, mentre personaggi da fiaba gotica continuano a popolare le sacre mura di Milanello.

La sensazione, netta e inequivocabile, è che tutte le parti in causa stiano provando a tirare il sovrano per il mantello, come a contendersi le ultime vestigia della sua attenzione, o forse della sua lucidità. Galliani lo ha convinto a tenersi Allegri, ma non a rinnovargli il contratto; Barbara lo ha convinto a limitare Galliani, ma non a licenziarlo; Galliani lo ha convinto a non cacciarlo, ma non a ripristinargli l’antico potere; Seedorf lo ha convinto a consegnargli il Milan, ma non per più di un paio di mesi; Maldini prova a convincerlo a mezzo stampa (tu quoque, Paolino) di assumerlo come direttore sportivo. E, tra i pesci grossi, chissà quanti avannotti affamati nuotano attorno alla carcassa del vascello sommerso. Solo così si può spiegare il nonsense del nonprogetto rossonero: è un patchwork raffazzonato di tanti piccoli progetti indipendenti e auto-escludenti in lotta l’uno contro l’altro. Un libro composto da frasi estrapolate a caso da altri libri.

Quando il potere costituito s’indebolisce ma i pretendenti alla successione non sono ancora abbastanza forti da poter imporre autonomamente il proprio magistero, accade che questi tentino di legittimarsi non contro il potere centrale, ma attraverso di esso. Ognuno avoca a sé il diritto di successione, cercando al contempo di schiacciare gli avversari. Il risultato è un falso equilibrio, basato non sulla parità di forze ma sulla parità di debolezze. Un equilibrio anarchico, anticamera di un Medioevo. Per nostra fortuna, il nostro Medioevo milanista ha già un vincitore garantito, che ovviamente è Barbara. Resta solo da sperare, per il bene di tutti, che l’interregno sia breve e non produca altre devastazioni.

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