L’alibi è già pronto e non richiede alcuno sforzo di fantasia: lost in translation, qualcosa di fondamentale si è perso nella traduzione. E’ così che verranno probabilmente derubricate le dichiarazioni rilasciate da Keisuke Honda a due giornalisti giapponesi nell’immediato dopogara di Milan-Napoli, a proposito della crisi Milan. Non c’è altra soluzione pacifica alla questione, perché le parole del numero 10 costituiscono un attacco senza precedenti di un tesserato nei confronti della dirigenza rossonera, almeno dai tempi dell’autolicenziamento di Leonardo (quel “Io e Berlusconi non siamo compatibili” che fece storia nella primavera 2010), e l’unica alternativa sarebbe il confinamento di Honda ai margini della rosa, in vista di una prossima cessione.

I problemi del Milan sono molto chiari, anche perché sono sempre gli stessi. Se non impariamo nulla da questa sconfitta, vuole dire che siamo molto lontani dalla ricostruzione del club.  A giudicare dagli ultimi anni penso sia chiaro che non si possa far ripartire questo club se non investendo tanto denaro come fanno al PSG o al City. O fai così, oppure occorre riesaminare la struttura della società. Dirigenza, allenatore e tifosi devono rendersi conto della situazione“. Non si può che condividere il pensiero di Honda, molto più efficace come critico che come trequartista: è evidente che la palude in cui è precipitata la squadra da oltre tre anni sia stata generata dallo stato confusionale dei vertici societari, che il dualismo Barbara Berlusconi-Galliani sia stato pernicioso come la peste bubbonica e che i ritardi dell’operazione-Thailandia non abbiano fatto altro che peggiorare le cose. Tutto limpido e cristallino. Semplicemente, un attacco frontale del genere alla dirigenza non può arrivare da un dipendente. Non senza che vi siano delle conseguenze.

E nel mirino di Honda non sono finiti solo i boss; ce n’è anche per il tecnico. “Mihajlovic dice che il problema è l’approccio mentale dei giocatori? Non capisco, non ha senso dare la colpa ai giocatori. Negli ultimi anni il Milan ha mandato in campo tanti uomini e quest’anno ha speso cento milioni, ci sono tanti nazionali, eppure come mai non riescono a rendere quando arrivano al Milan? Per cambiare questo club occorre cambiare totalmente i criteri di valutazione da parte di tutti: dirigenza, tecnico, tifosi e media. In caso contrario ci vorrebbero almeno 5-10 anni. So che riceverò critiche per queste parole, ma sono importanti per il futuro del club“. Il giapponese è troppo clemente nei confronti dei calciatori (lui per primo è quasi sempre inguardabile), che evidentemente ci hanno messo molto del loro, soprattutto dal punto di vista del midollo (assente) e della personalità, ma anche in questo caso il discorso fila: in tre anni da Milanello sono passati decine di giocatori e quattro allenatori, eppure la solfa non è cambiata. Ergo, il problema di fondo si trova altrove. In una dirigenza senescente, litigiosa e vittima di quella sorda ostinazione di chi è disposto a morire dei propri errori piuttosto che riconoscerli.