Se proprio vogliamo trovare un lato positivo nella rocambolesca sconfitta di Firenze, possiamo dire che ci ha permesso di vedere qual è la causa primaria della crisi Inter di questo inizio 2016. Non il gioco che latita, perché – escluse Juve, Napoli e in parte Fiorentina – non è le altre siano gli Harlem Globetrotters; non è la scarsa vena dei vari Icardi ed Eder, comunque lontani dalle loro versioni migliori; e nemmeno il fatto che, da tre settimane a questa parte, la difesa nerazzurra sembra completamente priva di difese contraeree (5 gol di testa subiti in 4 giornate, erano stati zero nelle precedenti 21). Tutti aspetti singolarmente importanti, sia chiaro, ma dove la squadra di Mancini è realmente crollata è nella testa. Esattamente come il suo allenatore.

Guardandolo retrospettivamente, il famigerato episodio del finocchio napoletano del 19 gennaio scorso poteva essere interpretato diversamente: non solo, cioè, come uno sfogo (legittimo o meno) contro Maurizio Sarri, reo di averlo insultato pesantemente; ma anche come un primo segnale di cedimento nervoso da parte del Mancio stesso – un grande classico della casa, peraltro. Che, un paio di settimane più tardi, nel derby contro il Milan, ci è ricascato nuovamente, facendosi cacciare dall’arbitro, mostrando il dito medio ai tifosi rossoneri che stavano inveendo contro di lui, e infine maltrattando Mikaela Calcagno in diretta tv. Non da ultima, la discutibile scelta di rinunciare all’incontro annuale con gli arbitri di settimana scorsa: non esattamente quello che ti aspetti da un leader carismatico.

E in Inghilterra ci sono arbitri più pazienti, e in Inghilterra ci sono tifosi più rispettosi, e in Inghilterra ci sono allenatori più educati: a furia di sottolineare le differenze con il calcio inglese, è come se Mancini si fosse dimenticato di essere nel campionato italiano, lo stesso che lui ha frequentato per un quarto di secolo abbondante, prima come calciatore e poi come allenatore. Un campionato che raramente ha premiato chi ha finito per farsi risucchiare nel circolo vizioso delle polemiche, degli scatti d’ira, della deresponsabilizzazione.

Responsabilità, perlappunto: quelle che si fuggono quando ci si trincera dietro un silenzio-stampa. Che ieri Mazzoleni abbia diretto malissimo è fuor di dubbio, com’è fuori di dubbio che uno degli errori principali è stata la mancata concessione di un rigore alla Fiorentina. Non è per l’arbitro Mazzoleni che l’Inter in due mesi ha fatto 9 punti in 9 gare, perdendone 18 dalla Juve, 15 dal Napoli, 9 dal Milan e dalla Roma, 8 dalla Fiorentina. E non è colpa dell’arbitro Mazzoleni se Mancini, in 63 gare sulla panchina nerazzurra, viaggia alla media di 1,60 punti a gara, inferiore cioè a quella di Walter Mazzarri (1,65 in 58 gare), nonostante a lui la società abbia comprato Kondogbia, Jovetic, Miranda, Eder e compagnia, mentre al secondo Belfodil, Taider e Campagnaro.

Certo, ci vuole tempo per ricostruire dalle macerie, ma tendenzialmente i progetti vincenti, come i cavalli, si riconoscono dalla partenza, e la verità è che l’Inter non si trova in una situazione significativamente diversa da quella di un anno e mezzo fa. Con la differenza che, visti i pesanti investimenti degli ultimi mesi e le difficoltà del piano-Thohir, questa volta una mancata qualificazione alla Champions League potrebbe costituire un colpo grave alle ambizioni di rilancio nerazzurre. E allora hai voglia a prendertela con arbitri permalosi, giornalisti infingardi e allenatori scostumati