Il caso dei controlli antidoping multipli sui giocatori del/la Costa Rica dopo il match vinto contro l’Italia (sette, invece dei canonici due) ha subito generato una linea di frattura tra fazioni contrapposte. Da un lato, quelli che gli inglesi chiamano sore losersi cattivi perdenti: quelli che, insomma, hanno visto una conferma ai loro sospetti, ovvero che i centramericani hanno battuto gli azzurri solo perché drogati come cavalli. Dall’altro lato, i populcomplottisti, capitanati ovviamente da Diego Maradona: quelli che hanno visto nel controllo anomalo un tentativo da parte della plutocratica FIFA di gettare ombre sulle incredibili imprese di una nazionale povera ma bella.

Già a una prima analisi, entrambe le posizioni paiono più emotive che razionali. Ai cattivi perdenti diremmo: i giocatori del/la Costa Rica hanno corso di più perché più avvezzi a certe condizioni climatiche, come peraltro sottolineato nel dopopartita da Thiago Motta. Ai populcomplottisti, invece, chiederemmo: che interesse avrebbe la FIFA a infangare il proprio prodotto di punta, il Mondiale, con false accuse di doping nei confronti di una nazionale tutto sommato secondaria?

Come spesso accade, a dar manforte alla logica arriva la cavalleria rappresentata dai fatti concreti. Il controllo multiplo è stato eseguito su sette giocatori perché cinque di questi non erano presenti ai controlli pre-Mondiali, quelli che la FIFA ha effettuato presso i ritiri delle varie nazionali nell’ambito della creazione del cosiddetto “passaporto biologico”. Lo stesso motivo per il quale, dopo Italia-Inghilterra, erano stati sottoposti all’esame del sangue e delle urine anche Verratti, Sirigu e Thiago Motta, i tre del PSG che non avevano potuto essere controllati ad aprile perché ancora impegnati con il loro club. E anche Maradona, che si era laconicamente domandato perché la FIFA non avesse anche controllato tanti giocatori dell’Italia, è servito. Cuori in pace: nessun caso doping, nessuna partita da ripetere, nessuna macchinazione antiproletaria.