Il ritorno della finale di Copa Sudamericana, l’equivalente della nostra Europa League, tra i brasiliani del San Paolo e gli argentini del Tigre si è trasformato in una tonnara d’altri tempi. Il match, infatti, è durato solo 45 minuti, con i giocatori del club di Buenos Aires che si sono rifiutati di scendere in campo nella ripresa perché aggrediti negli spogliatoi da sei addetti alla sicurezza dello stadio Morumbì e dalla Policia Militar, che sarebbero addirittura arrivati a minacciarli pistola in pugno. L’arbitro cileno Henrique Osses ha aspettato che la situazione si calmasse, ma quando un dirigente della Federcalcio argentina gli ha comunicato che il Tigre non sarebbe più tornato in campo, ha decretato la fine del match, assegnando match e titolo titolo al San Paolo (in vantaggio per 2-0, dopo lo 0-0 dell’andata).

Le violenze non possono esseremesse in dubbio, visto che diversi delegati del Tigre e alcuni giocatori, com il portiere Albil, hanno mostrato lividi e ferite alle telecamere, testimoni tra l’altro dello scempio a cui sono stati ridotti gli spogliatoi. Il punto è che, da parte brasiliana, si accusano gli argentini, già nervosi durante la gara (Orban ha rotto il naso a Lucas con una gomitata), di aver iniziato la baruffa. Secondo il Clarìn, cinque giocatori del Tigre, di cui non si conoscono i nomi, hanno passato la notte in una stazione della Policia Militar.

Il presidente del club argentino, Rodrigo Molinos, ha già annunciato ricorso alla Comnebol, mentre il suo omologo Juvenal Juvencio rimbalza ogni accusa, rincarando la dose: “Fino a 15 giorni fa nessuno aveva mai sentito nominare il Tigre, sono un piccolo club e hanno avuto paura di tornare in campo di fronte a 67mila persone. La loro fuga è la nostra più grande vittoria”. Per il suo vice, Jesùs Lopes, è stata anche peggio di così: “Il ritiro è stato premeditato”. No, non è finita qui.