Operazione rimonta perfettamente riuscita per una Juventus formidabile che vuole tutto e si aggiudica anche il biglietto per la finalissima di Coppa Italia in programma all’Olimpico di Roma il 7 giugno. Servivano due reti in trasferta e i bianconeri ne mettono a segno addirittura tre ai danni di una Fiorentina abulica, deconcentrata, a tratti davvero irriconoscibile. Forse l’eccessiva sicurezza del risultato maturato all’andata allo Juventus Stadium ha condizionato l’approccio alla partita per gli uomini di Montella che non hanno saputo opporre resistenza all’oggettivo dominio juventino. Il gol siglato da Llorente nel match dell’andata non solo ha tenuto a galla la Juve ma si è rivelato di fondamentale importanza per la costruzione di una tale rimonta nella quale il club bianconero si è prodotto nell’ennesima dimostrazione di forza e di mentalità vincente.

Fiorentina senza sangue e senza nerbo. I problemi per la Viola sono sorti da subito, da prima cioè del fischio iniziale poiché Montella rinunciando al consueto 4-3-3 e schierando il più guardingo 3-5-2 ha mostrato in nuce la volontà di difendere il risultato acquisito all’andata ipotizzando di erigere un muro di centrocampo per arginare e/o interdire la costruzione del gioco juventino. Una rinuncia che però si è tradotta in un’ulteriore duplice rinuncia ovvero alla difesa a quattro che avrebbe garantito maggior solidità nei confronti dell’offensiva bianconera da una parte e al gioco in ripartenza, arma che si era rivelata micidiale allo Juventus Stadium, dall’altra, costringendo in tal modo a canalizzare la rapidità di Salah per vie centrali, laddove la retroguardia della Juventus è sempre impeccabile nella chiusura degli spazi e attenta nel non concedere margine d’azione. Aggredita in maniera assidua e continuativa, la Fiorentina non è stata capace di trovare le contromisure adeguate a una Juventus più determinata e organizzata, sempre poco incisiva e poco determinante sulla fasce scarsamente sfruttate. Inutile anche il forcing nel quarto d’ora finale in superiorità numerica, quando ormai i giochi erano fatti.

Il trionfo della volontà. Per Allegri e i suoi lo si potrebbe definire l’ennesimo capolavoro della volontà dettato da una mentalità che non ha eguali nel calcio italiano attuale. Una squadra che all’apice, dopo tre anni consecutivi di successi, mostra ancora una fame insaziabile. Onore al nuovo tecnico che ha saputo sin dall’inizio motivare la squadra facendo tenere sempre la guardia alta in qualsiasi occasione. Una squadra alla quale, ora, non manca nulla per ambire a trionfi plurimi in campo nazionale e internazionale, che nonostante le defezioni pesanti di Pirlo e Pogba, cui si sono aggiunte quelle dell’ultimo minuto di Tevez e Lichtsteiner, è capace di trasformare sempre in forza i suoi presunti punti di debolezza facendo sempre gruppo, sempre unità. Fondamentale il recupero di Marchisio, interprete di una gara eccezionale in cabina di regia, regolatore dei movimenti nelle due fasi e direttore dell’orchestra di centrocampo. Fondamentale anche Morata, ingiustamente espulso nel finale di partita (un rosso che peserà tanto in ottica di finale), per la quantità e la qualità di movimento prodotte, per il soqquadro generato all’interno della difesa viola, per gli spazi moltiplicati dalla sua velocità, per la pericolosità che rappresenta costantemente fuori e dentro l’area di rigore avversaria. Fondamentali, ancora una volta, la compattezza, l’affiatamento, la volitività di una squadra che va sempre tutta in un’unica direzione.