Che si tratti dell’Estadio Nacional de Chile a Santiago o del MetLife Stadium dell’East Rutherford nel New Jersey il risultato non cambia di molto con il Cile che per la seconda volta consecutiva conquista il trofeo più ambito del continente sudamericano: la Copa América. Culmina con un’amara sconfitta ai rigori l’ennesima finale persa dall’Argentina (e da Leo Messi) che aveva strabiliato in questa edizione del Centenario della Copa America, ma si ritrova ancora una volta con un pugno di mosche in mano al termine di un match infinito contro l’indomabile Roja.

Delusione, sconcerto e amarezza sui volti dei protagonisti dell’albiceleste che falliscono una nuova occasione di vincere qualcosa d’importante dopo aver dato lezioni di calcio lungo l’arco di quasi un mese a tutti. Una maledizione, non ci sono altri termini. Fatali gli errori dal dischetto proprio di Messi, e di Biglia, due principi che rimangono perennemente senza corona, ai quali non resta che invidiare la gioia incontenibile sprigionata dal volto di Francesco “El gato” Silva e i suoi dopo la realizzazione del rigore decisivo.

Eppure la sensazione fin dai primi minuti del match, anzi, dai primi secondi nei quali Banega aveva già scagliato una prima pericolosa saetta verso la porta di Bravo, era quella di un’Argentina scesa in campo con l’autorità di chi non può far altro che dominare. Sensazione confermata anche al 22′ quando a Higuain capita la palla del vantaggio grazie a uno sciagurato quanto goffo intervento difensivo di Gary Medel che regala un’occasione d’oro al Pipita che sciupa malamente a tu per tu con Bravo. E al 29′ potrebbe davvero giungere la svolta con l’espulsione di Marcelo Diaz, ma il Cile proprio nei momenti di difficoltà tira fuori lo spirito guerriero e comincia a battagliare su ogni pallone e la partita fa presto a divenire incandescente.

Ed è in definitiva questa la potenza della Roja. Una grande unità e compattezza di squadra e d’intenti, il principio del non mollare mai tatuato nell’anima e la “garra” inscritto nel Dna di popolo “guerrero”. In tal senso non ci può essere discontinuità tra i due c.t. che si sono passati il testimone, Sampaoli e Pizzi. E il Tata Martino commette l’imperdonabile errore di accettare la sfida col Cile guerreggiando a centrocampo, trasformando il rettangolo verde in campo di battaglia, rinunciando così alla qualità eccelsa dei suoi giocatori che avrebbero meritato ben atre soluzioni tattiche. Martino e l’Argentina hanno la presunzione di battere il Cile sul suo terreno preferito, ovvero la guerriglia sulle singole porzioni di campo, e perdono. Inevitabilmente.

Il direttore di gara brasiliano Heber, tutt’altro che impeccabile, espelle Rojo dopo aver inizialmente estratto due rossi (uno presumibilmente destinato a un altro cileno) alla fine del primo tempo, ma ormai la chiave tattica del match non cambia più fino alla fine dei tempi supplementari quando i giocatori, o per meglio dire  i guerrieri sono allo stremo delle forze sfiancati dalla battaglia. L’attesa albiceleste durata 23 anni è destinata a durare ancora.