Dopo cent’anni di solitudine, tanti sono quelli che separano la Copa America dalla sua prima leggendaria apparizione in Argentina nel 1916 sotto la denominazione Campeonato Sudamericano de Football, il Cile può finalmente vergare il suo nome tra le sacrali righe dell’Albo d’Oro della competizione, inscrivendo così la sua favola. Una serie di congiunzioni astrali non poteva non decretare l’agognata vittoria della Roja, inseguita lungo un secolo di insuccessi e delusioni. L’edizione casalinga e una quasi irripetibile generazione di talenti, quella decisamente più ricca di genio giovanile di sempre, hanno praticamente obbligato il Cile a non fallire la grande occasione la cui conclusione, epica come si conviene a ogni grande appuntamento con la storia del calcio, è stata ancora una volta affidata al capriccio degli dei del pallone i quali però non hanno avuto dubbi su meriti e, soprattutto, volontà di conquista di un trofeo che è storia e leggenda del futbol sudamericano.

La generazione di fenomeni perdenti. Discorso simmetricamente paritetico che potrebbe essere fatto per l’Argentina, eterna grande promessa ugualmente nutrita di talenti enormi, superiori a quelli del Cile eppure destinata a rimanere all’asciutto di titoli, condannata a disattendere aspettative e pronostici e a mancare ghiotte occasioni di trionfo ormai da lunghi anni, giungendo sempre là al suo limite massimo prima di spiccare il balzo decisivo, dove o si vola o si cade. I Messi, gli Aguero, i Di Maria, i Pastore, i Lavezzi… giocatori dalla qualità sublime, baciati dai numi del calcio che però non riescono mai a marcare la differenza, a far fare all’Albiceleste quell’ultimo saltello necessario per raggiungere l’Olimpo.

Cile affamato. Non si tratta solo di pressione psicologica poiché la nazionale cilena ne era gravata come e forse più dell’Argentina, giocando in casa per di più sotto lo sguardo dei los trenta y tres, i 33 famosi minatori cileni (uno in realtà boliviano) reduci dall’incidente accaduto nel 2010 nella miniera di San José a Copiapò. È più questione di gestione di tale pressione, di autocontrollo, di maturità. E naturalmente di fame. La finale, come era lecito attendersi tra due Paesi che interpretano e declinano, per questioni geografiche, storiche, politiche, culturali, in maniera antipodica il gioco del calcio, è stata battaglia campale fino all’ultimo metro di campo, all’ultimo ciuffo d’erba, all’ultimo atomo d’ossigeno rimasti ma alla fine ha vinto chi ha avuto più fame, chi la vittoria l’ha maggiormente voluta. Il calcio è tornato alle sue radici antropologiche di struggle for life, di istintività primordiale e bisogni primari, come quello di sopraffazione per la sopravvivenza in uno scenario globale, e globalmente mediatico che massacra chi perde.

Errori fatali. Non che l’Argentina non ci abbia provato, anzi. Causa dell’insuccesso albiceleste è anche il fattore Claudio Bravo, “hombre del partido” in più occasioni nel corso di tempi regolamentari e supplementari, ma soprattutto nel penalty finale parato a Banega. L’azione micidiale Messi, Lavezzi e Higuain allo scadere del secondo tempo, prima dei supplementari è la fotografia amara di tale insuccesso, col Pipita che fallisce il gol della gloria da pochi centimetri a porta vuota compiendo un errore addirittura “concettuale” per uno del suo calibro: lascia sfilare la palla sul destro, quando ormai è tutto decentrato. Errore ben più grave e fatale del tiro totalmente sbagliato scagliato dal dischetto che ha come irridente contraltare il cucchiaio trionfale di Alexis Sanchez.

Vittoria anche tattica. La partita, complicata, faticosa e a tratti involuta è stata disegnata tatticamente alla perfezione dal ct Jorge Sampaoli che ha bloccato l’Argentina a centrocampo, costruendo gabbie di due-tre giocatori a turno su Messi e andando a pressare e “oscurare” Biglia e Mascherano portatori di palla e di luce in mediana. Negando peraltro al Tata Martino le alternative sui corridoi laterali dove le coppie Isla-Vidal e Beausejour-Aranguiz hanno bloccato le escursioni di Di Maria (costretto a uscire per infortunio al 29′)-Lavezzi e di Rojo e Zabaleta. Muscoli, garra, corsa, certo ma anche cervello nel 4-3-1-2 del tecnico del Cile (argentino, tu guarda il destino…) che sulla trequarti piazza il “mago” Valdivia, uno dei più insigni amministratori delle fantasiose manovre offensive della Roja, sempre pronto a finalizzare le ripartenze sui piedi del Niño Maravilla e di Edu Vargas.