Forse solo LeBron James, un altro costretto a convivere con un fantasma del passato che porta il suo stesso numero di maglia, può capire cosa si prova a essere Leo Messi. Cioè, da anni il giocatore più forte al mondo, il più vincente, il più spietato sotto porta, il più spettacolare, il più tutto. Ma non ancora il più amato, non in patria perlomeno, dov’è costretto inevitabilmente a portarsi dietro il peso incalcolabile del paragone con Diego Armando Maradona. Ma le cose potrebbero cambiare dopo questa Copa America 2016: perché l’Argentina è in finale, dopo aver schiantato con un perentorio 4-0 i padroni di casa degli Stati Uniti, ed è in finale soprattutto per merito di quel prodigio con la maglia numero 10.

La prestazione di Messi è stata magnifica, fenomenale, da uomo in missione per conto di Dio, come avrebbero detto i Blues Brothers. Un assist da stropicciarsi gli occhi per il vantaggio firmato Lavezzi dopo 3′, una punizione pitagorica da 30 metri che è valsa il 2-0 nonché il sorpasso a Gabriel Omar Batistuta come miglior marcatore di sempre dell’albiceleste (55 gol), l’abbrivio dell’azione del 3-0 segnato da Higuain e infine un altro assist, per il punto esclamativo della stessa Pipita. Tutto questo il giorno prima di una ricorrenza speciale: oggi, 22 giugno 2016, cade il trentennale di quel leggendario Argentina-Inghilterra ai Mondiali messicani del 1986, quello della Mano de Dios e del gol del secolo del nume Maradona. Forse, la singola performance calcistica più famosa e celebrata di ogni tempo.

Domenica a New York ci sarà l’ultimo atto, contro la vincente della seconda semifinale, Cile-Colombia, in programma questa notte. E’ l’ultimo gradino che separa la Pulce Mannara dall’unico traguardo finora mai raggiunto in una carriera ben più che straordinaria: un successo con la sua nazionale, peraltro a secco di trionfi dalla Copa America del 1993. Dopodiché, anche gli haters più indomabili avranno i loro problemi di coscienza nel rifiutare a priori qualunque paragone con il grande Diego.