Verrà un giorno in cui su tutti i calendari nazionali il 5 maggio verrà segnato non in rosso, ma in bianconero variegato al tricolore. A meno di catastrofi naturali, infatti, per la seconda volta consecutiva la Juventus si laureerà campione d’Italia in quello che già prima era un dì di festa, per i ben noti fatti dell’Olimpico di Roma (teatro del suicidio di massa nerazzurro). Eppure, l’atmosfera non è quella ebbra di gioia dello scorso anno: un po’ perché alla Juve ci si riabitua in fretta a vincere, un po’ perché Antonio Conte si è talmente calato nella parte del José Mourinho casereccio che, forse anche senza rendersene conto, ormai lo scimmiotta anche dove non dovrebbe (ma solo all’apparenza).

Prendiamo le dichiarazioni di ieri (“l’uomo vorrebbe restare, il professionista deve valutare bene”). Senza girarci troppo intorno, chiamiamolo con il suo nome: un ultimatum. E nemmeno il primo, perché ci ricordiamo bene delle parole allusive che avevano preceduto la sfida di campionato contro l’Inter. L’addio nel giorno del trionfo, come Mou a Madrid. Ma perché farlo in pubblico, rischiando non di compromettere uno scudetto vinto da settimane, ma la serenità dei meritati festeggiamenti sì? Dove vuole arrivare, Conte? E cosa lo ha condotto a questo punto?

Non è una questione di soldi: il tecnico bianconero è già il più pagato in Serie A e l’aumentino non è certo chissà quale ostacolo, né per l’una né per l’altra parte. Questione di progetto? Bingo. Conte sa che questa squadra ha fatto più, molto più di quanto fosse lecito attendersi nell’estate 2011; sa che la ferocia agonistica, più che la qualità, è stato il vero fattore discriminante; e, con la militanza da calciatore che si ritrova, sa fin troppo bene che le vittorie smollano la tensione. In altre parole, Conte teme che questo gruppo, così com’è, potrebbe non riuscire a ripetersi nell’immediato futuro, anche perché alcuni giocatori-cardine (Buffon, Barzagli, Pirlo) sono tutti ben oltre i 30 anni.

Insomma, per il tecnico leccese è giunto il momento di ripensare radicalmente alla sua Juve, optando anche per un cambio di modulo (salvo rarissime eccezioni, la difesa a 3, o a cinque, non è roba da grandi squadre): per farlo, ovviamente, serve intervenire sul mercato e Conte vuole avere parola anche su questo aspetto. Il timore di Conte è che, come è accaduto ad altri club, i trionfi facciano impigrire i dirigenti, convincendoli che la squadra non abbia bisogno di alcun correttivo e che questo sia il migliore dei mondi possibili. Per lui non lo è: chi si ferma è perduto, perché gli altri non stanno a guardare. E ha ragione lui. Magari, a prima vista, il suo sfogo potrebbe essere sembrato fuori luogo, ma anche il miglior regalo che Conte abbia mai fatto alla sua Juve. Più di uno scudetto. Anzi, di due.