La Confederations Cup è il warm-up del Mondiale, ma per il Brasile vale molto di più. Tra dodici mesi si fa sul serio, la nazionale di Felipe Scolari sembra ancora un cantiere aperto e qualcuno, al di là dell’Atlantico, è convinto che i lavori non finiranno in tempo per salire sul tetto del mondo, per la sesta volta nella storia. Crisi di risultati, mancanza di equilibrio, assenza di un leader, per questi tre motivi Felipao, che lo scorso novembre a sostituito l’esonerato Mano Menezes, è finito sul banco degli imputati. I verdeoro hanno vinto solo due delle sette amichevoli giocate del 2013, non prendendo gol solo contro Bolivia e Francia, pareggiando anche l’ultima sfida in casa al Maracanà di Rio de Janeiro contro l’Inghilterra. Il sosia di Gene Hackman, che ha guidato il Brasile alla vittoria dell’ultima coppa del Mondo nel 2002, ha scelto la via della qualità, preferendo ai mostri sacri Ronaldinho e Kakà “la nuova gioventù” Oscar e Lucas e puntando tutto su Neymar, appena passato dal Santos al Barcellona per una cifra vicina ai 57 milioni di euro.

Contro Giappone, Messico e Italia il Brasile non farà esperimenti, cercherà di collaudare il 4-2-3-1, con l’esperienza di Julio Cesar e Thiago Silva in difesa, il laziale Hernanes schierato come “play” e il tridente Lucas-Oscar-Hulk alle spalle di O’Ney, 20 gol in 33 partite con la maglia della Seleçao, sponsorizzato da Pelé in persona e chiamato a superare il primo vero esame. Per il Brasile è la Confederations Cup numero sette, chiusa al primo posto nel 1997, e nelle ultime due edizioni, 2005 e 2009. Ma questa vale molto di più.