Clarence Seedorf subito. Non santo, ma allenatore del Milan, com’era già in programma per giugno e come invece sarà anticipato per cause di forza maggiore: ovvero, la disgregazione delle ultime molecole organiche che una volta costituivano la fibra robusta di un club glorioso, ridotto da anni di scarsa programmazione e mesi di guerra civile a un ammasso di materia inerte. Uno scarno comunicato sul sito rossonero ha ufficializzato, con circa sette mesi di ritardo, l’esonero di Massimiliano Allegri – un funerale sbrigativo per una carcassa in putrefazione da tempo. La squadra (si fa per dire) è stata affidata a Mauro Tassotti, giusto perché mercoledì c’è la Coppa Italia, ma il fatto che anche lo staff tecnico sia stato spazzato via suggeriva sin da subito che non ci sarebbe stato un traghettatore.

Seedorf potrebbe arrivare in Italia già giovedì. Non ha ancora il patentino, ma sappiamo bene come sia solo una delle tante norme facilmente aggirabili, e dunque potrebbe sedersi in panchina già contro il Verona. L’ha vinta lui, dunque, la volata: e, se lo conosciamo bene, il primo a essere contento è il suo ipotetico rivale, ovvero Pippo Inzaghi. Entusiasta del lavoro coi ragazzi della Primavera, Superpippo avrebbe obbedito alla chiamata solo per amor di patria: l’idea di pilotare una squadra allo sbando solo fino a giugno, col rischio anche di bruciarsi, per poi lasciare il posto all’ex compagno, comprensibilmente non lo allettava più di tanto. Anzi. Contento Inzaghi, contento Seedorf, contento Silvio – suo principale sponsor – contenti tutti? Forse, sempre che assieme al nuovo allenatore sbarchi anche un nuovo progetto tecnico, il Grande Assente di questo scellerato biennio milanista.

Due parole su Allegri. Le sue colpe sono evidenti: ha fallito nel dare un gioco al Milan che non fosse il palla-a-Ibra; ha peccato di iper-aziendalismo in fase di mercato; quando ha avuto voce in capitolo, ha spinto per comprare Matri; infine, e soprattutto, ha preferito la sua malsicura routine a delle dignitose dimissioni (si direbbe quasi per far dispetto al grande capo). Leonardo, con tutti i difetti che gli abbiamo sempre riconosciuto, ha avuto le palle di togliere il disturbo: Allegri no, è rimasto attaccato al cadreghino.

Ma, e questo sia chiaro, non è Allegri il principale responsabile di questo disastro annunciato. La società che ha vinto tutto per 25 anni ha cessato di esistere, almeno per come eravamo abituati a conoscerla. Alla decadenza cerebrale e morale iniziata nel 2009, con la cessione di Kakà (il primo campione a esser venduto per questioni di bilancio) si è via via sostituita una sorta di schizofrenia, con due Milan in lotta l’uno contro l’altro. Le vicende degli ultimi tempi hanno portato definitivamente alla luce una guerra civile, quella tra Lady B. e Galliani, in realtà già in atto da un paio di stagioni – ed è solo per questioni di tempo e noia che non andiamo a ripescare le vicende Pato, Tevez, Thiago Silva, Allegri-bis e compagnia. La pax berlusconiana di dicembre, con la divisione delle deleghe tra i due litiganti, è durata giusto lo spazio di un mese: ieri sera, Allegri è stato di fatto esonerato da Barbara Berlusconi, l’amministratore con delega al marketing, con un’invasione di campo talmente palese da non poter neanche essere smentita.

Ça va sans dire.

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