Al termine di un Chievo-Milan che ci ha riportati alla preistoria del gioco, ai tempi in cui questo meraviglioso sport si giocava con una palla fatta di cuoio duro come mattone, e che da qui in avanti diventerà la pietra di paragone per misurare la bruttezza e la turpitudine di una partita di calcio, ci sia permesso un breve vaticinio. Quando questa stagione sarà finalmente archiviata, ciò che rimarrà nella memoria collettiva dei tifosi rossoneri non sarà la posizione in classifica o la mancata qualificazione alle coppe europee, fallimenti in qualche modo già conosciuti e superati nel passato anche recente. No: ciò che verrà ricordato sarà la sensazione di distanza, assoluta, indiscussa e disarmante, dal concetto di collettivo. Cambiano i giocatori, i moduli, le circostanze, ma il Milan di Inzaghi non è in grado di mostrare nemmeno i rudimenti di un gioco corale che è alla base di un qualsiasi sport di squadra, né dal punto di vista dell’organizzazione, né delle idee, né della voglia di lottare insieme.

Certo, chi fa del bicchiere mezzo pieno la sua professione dirà che quella contro il Chievo, così come quella contro il Cesena, non è stata la peggiore delle sue versioni. E in un certo senso è vero: il Milan è stato ordinato e non ha sofferto quasi mai, o comunque meno di altre volte. D’altra parte, la stessa cosa si potrebbe dire di un ufficio pieno di ragionieri che compilano in silenzio centinaia di moduli 730: meglio che trovarsi nella vasca delle murene, ma sai che gioia. Prova ne è che in tutto il primo tempo i rossoneri non sono andati oltre a un destro in mischia di Bonera (uno che non segna in A da 12 anni), dopo una manciata di minuti, e da un colpo di zigomo di Destro su conclusione di Montolivo al 44′. Per il resto, un possesso ministeriale, ingrigito, infinito quanto sterile, visto che senza palla non si muove nessuno e nessuno è in grado di inventare una giocata singola (se non Menez, in giornata no). A questo si aggiungano alcune prestazioni singolarmente disastrose, come quella del cadaverico Montolivo e di Alex, ombra dell’ottimo difensore che fu, scherzato a più riprese da Meggiorini (!) e Pellissier (!).

L’ingresso di Keisuke Honda per Montolivo, dettato più dalla cieca speranza che da una qualche parvenza di strategia, sembra quantomeno ravvivare il Milan d’inizio ripresa, ed è proprio il giapponese a firmare la giocata migliore della serata, con una fucilata dai 25 metri che si stampa sulla traversa di Bizzarri. Ma è un fuoco di paglia, e non solo perché da qui in avanti l’usurpatore della gloriosa maglia numero 10 non ne azzeccherà più una. Anzi, sarà il peggior Chievo della sua felicissima epopea nella massima serie a creare le occasioni più ghiotte per vincere la partita, con un tentativo di autorete di Alex e un paio di sberle improvvise di Schelotto e dell’ex Paloschi sulle quali è attento Diego Lopez. Dopo mezz’ora di impotenza & sottosviluppo calcistico, Inzaghi decide di buttare dentro Cerci al posto di Menez, anzi no di De Jong, che si stira in quel preciso momento. Con l’ex colchonero a destra, Pazzini (al posto di Destro) davanti, Bonaventura in mediana, Menez un po’ dappertutto e Honda non si sa dove, il Milan assume una conformazione laocoontica, curiosamente simile a quella degli stomaci dei suoi tifosi, specialmente quelli che si stanno godendo questo bello spettacolo dalle tribune del Bentegodi, ma che non basterà a spaventare il Chievo. Al 4’ di recupero, il pietoso Calvarese decide di mettere fine allo strazio. Purtroppo, solo per stasera.