Com’era ovvio che fosse, l’epica di Chelsea-PSG non è sfuggita a nessuno, né a chi ha avuto la fortuna di assistere a questo splendido ottavo di finale, né a chi si è trovato a celebrarlo sulle pagine dei giornali. In Francia, giustamente, si esalta il cuore dei ragazzi di Laurent Blanc, che hanno saputo rovesciare il destino apparentemente scritto della qualificazione nonostante tutto – punteggio, sfortuna, errori macroscopici dell’arbitro Kuipers – sembrasse complottare contro di loro, firmando la più memorabile impresa in Champions League del club dai tempi della campagna di George Weah, poi interrotta dal Milan nel 1994-95. Dall’altra parte della Manica, altrettanto giustamente, si sono aperti i processi contro José Mourinho, imputato numero uno di quello che è da considerarsi a tutti gli effetti un fallimento per il Chelsea, incapace di confermare il pronostico nonostante il vantaggio psicologico e numerico derivato dal rosso a Ibrahimovic.

Qualcuno dirà, inevitabilmente, che il calcio dell’ayatollah di Setubal è in qualche modo superato. D’altra parte, escluso il miracolo interista del 2010, nell’ultimo decennio José non è mai arrivato a una finale di Champions League, mentre i suoi successori sì, non appena se ne è andato lui: Avraham Grant e Roberto Di Matteo al Chelsea (2008 e 2012), Carlo Ancelotti al Real Madrid (2014). Un giudizio troppo severo, per un tecnico comunque capace di arrivare ben otto volte tra le prime quattro d’Europa negli ultimi 12 anni, e di laurearsi campione continentale con squadre che quasi certamente non erano le migliori sulla piazza, vedi Porto nel 2004 e Inter nel 2010. Ecco, forse è questo il punto: Mourinho è il re degli outsider, è tecnico di lotta e non di governo, più capitano di cavalleria che capo di stato maggiore. Non c’è nessuno più abile di lui nel convincere una buona squadra di essere grande, e una grande squadra di essere la migliore; le imprese difficili lo affascinano, quelle impossibili lo esaltano. Ma quando è lui a dover amministrare l’unanime consenso, quando è lui il regnante che deve guardarsi dai rivoluzionari, quando è lui il favorito e non l’underdog, allora le cose cambiano. In peggio.

Strana la vita anche per l’altro grande sconfitto della serata, almeno da un certo punto di vista. Zlatan Ibrahimovic, finalmente, è riuscito a eliminare il suo amico Mourinho da una competizione europea, come non gli era mai successo prima. Ibrahimovic, a 33 anni, ha ancora la possibilità di mettere le mani su quell’ossessione dalle grandi orecchie. Ma tutto questo è possibile non grazie a lui, ma nonostante lui. Okay, quel cartellino rosso sventolatogli in faccia dal disastroso Kuipers non ha alcuna giustificazione: il fallo era tuttalpiù da ammonizione, mai da espulsione. E tuttavia, Ibra ha lasciato la sua squadra in 10 uomini dopo mezz’ora, rendendo disperata un’impresa già estremamente complessa (si partiva dall’1-1 del Parco dei Principi). Eppure, senza il suo totem, il PSG è risorto, giocando da squadra vera, compatta, organizzata, convinta. Senza il suo fuoriclasse, il PSG si è affidato al cuore e alla qualità dei suoi altri molti campioni, scoprendo e facendo scoprire a tutti che c’è vita anche senza Ibra. Forse una lunga vita. Perché questo non fa che confermare ciò che si è sempre pensato attorno al grande svedese: campione inarrivabile, ma troppo accentratore per quel gioco collettivo che è ingrediente indispensabile delle squadre vincenti ai massimi livelli. E’ stato così nella Juventus, nell’Inter, nel Barcellona (questi ultimi due i casi più eclatanti) e nel Milan, è così anche nel PSG. Dove c’è Ibra c’è Ibra, non c’è una grande squadra, anche se spesso Ibra è sinonimo comunque di vittoria. Ma per afferrare la Champions League Ibra non basta, non è mai bastato. Ci vuole la squadra. Questo PSG ora lo è diventato, vedremo se lo svedese saprà accettarlo.