Anche per quanto riguarda questa edizione della Champions League il Bayern Monaco di Pep Guardiola sarà costretto a guardare la finale (quest’anno al Meazza) in tv. S’infrange come nella scorsa edizione il sogno di riportare la “Coppa con le orecchie” in Baviera dopo lo storico triplete di Jupp Heynckes nel 2013 e, come nella precedente edizione, il Bayern si ferma in semifinale sconfitto da un’altra spagnola: allora il Barcellona, ora l’Atletico Madrid. Praticamente una nemesi per il tecnico catalano, lo scorso anno eliminato dal “suo” Barça, quest’anno invece bloccato da un altro club iberico contro il quale tante battaglie ha dovuto combattere.

Ha davvero poco da rimproverarsi il Bayern poiché, ingabbiato dal gioco rognosissimo dell’Atletico e poi punito nella bolgia del Vicente Calderon all’andata, ha trovato un nuovo “sacco” tra le mura amiche dell’Allianz Arena preparatogli da quell’irriducibile stratega che è Diego Pablo Simeone. Un guerrigliero più che un allenatore di calcio, uno per cui vincere o perdere è una questione di vita o di morte e che interpreta il calcio come fosse davvero una guerriglia e il match come fosse un evento campale (la famigerata esaltazione della “garra”). Alla fine la spuntano i Colchoneros pur con il risultato finale di 2-1 che premierebbe i bavaresi, non fosse per la famosa regola dei gol segnati in trasferta in caso di differenza reti nulla.

I numeri della partita raccontano più di qualsiasi commento e/o speculazione: 34 tiri totali per i tedeschi contro i 7 dell’Atletico, 68% di possesso palla per i padroni di casa contro il 32% degli avversari, 12 calci d’angolo a 2 per il Bayern. Praticamente una gara a senso unico con un unico tema tattico: l’assedio dell’area dei Colchoneros. Un Fort Apache difeso comunque allo stremo delle forze e, manco a dirlo, il più classico degli esiti grazie a una ripartenza fulminea e estremamente produttiva condotta da due soli giocatori: Fernando Torres e Griezmann, con quest’ultimo autentico mattatore di fronte a Neuer.

Catenaccio e contropiede, la più tradizionale e redditizia delle strategie. Quella della quale il Cholo è maestro supremo perché l’Atletico è la squadra più solida e compatta sul pianeta Terra. Reparti cortissimi, pressing ragionato, giocatori pronti ad accorciare gli avversari più pericolosi e pronti a colpire una volta rubata palla e aver prodotto spazi infiniti davanti a sé con l’avversario praticamente scoperto. Tattica che ha evidentemente pagato e nullificato i due gol messi a segno dall’odiatissimo (perché ex Real Madrid) Xabi Alonso, con la complicità di Gimenez, e Lewandowski su assist aereo di Vidal. Certo, anche il direttore di gara, il turco Cüneyt Çakır, ci ha messo del suo non ravvisando l’evidentissimo fuorigioco di Griezmann nell’azione del gol e fischiando addirittura un rigore (poi fallito da Torres nel finale) per un fallo commesso da Javi Martinez nettamente fuori area, mentre Müller si starà ancora mangiando le mani per il suo di penalty non realizzato.