Chi pensava che l’ “affaire Bayern Monaco” fosse ormai chiuso e risolto con il sensazionale 3-1 del do Dragão, evidentemente ignora o disconosce due cose: il calcio e il Bayern. Polemiche, contestazioni, istruttorie su un club e sull’operato di un allenatore che in questi anni non si è limitato solo a vincere, far giocare bene le sue squadre e strabiliare l’Europa e l’orbe terraqueo, ma ha insegnato teoria, ha pensato calcio prima, durante e dopo le performance impartendo indimenticabili lezioni calcistiche. Dalla finale di Champions League 2013 con i rivalissimi del Borussia Dortmund vinta con Heynckes, il match più paradigmatico del calcio post-moderno alla Supercoppa Europea col Chelsea nella stessa annata di grazia, abbiamo imparato tutti che un altro calcio, altrettanto sublime, a Monaco di Baviera grazie a Pep Guardiola era possibile.

Re Pep e le lucertole. Il fatto è che si fa sempre molto presto e con facilità a sollevare le gogne. È sufficiente una débacle in campionato (il Borussia Mönchengladbach), un match sbagliato in coppa (andata dei quarti di finale col Porto), un rapporto mal gestito con gli organi interni della società (le dimissioni del responsabile storico dello staff medico Hans-Wilhelm Müller-Wohlfahrt) per rimettere in discussione tutto, per essere pronti a gettar via il proverbiale bambino con l’acqua sporca e chiedere simbolicamente la testa del re(o). Come sempre la sovranità garbata di Guardiola impone risposte sul campo, l’unico autentico regno che per lui conti qualcosa. E la risposta è stata una valanga rossoblu abbattutasi a ripetizione sul Porto. Sei gol, roboanti e terrifici come i colpi di pistola di un revolver a tamburo hanno annientato i dragoni divenuti lucertole.

Niemals Aufgeben! Tutta un’altra storia all’Allianz Arena, un racconto che peraltro sembrava già scritto sui volti di alcuni giocatori prima del fischio iniziale, quando ancora abitavano il sottosuolo del tempio teutonico del calcio. La fotografia del trionfo era già lì, con Müller che scende i gradini fischiettando, Boateng che giocherella fanciullescamente con una bottiglia d’acqua e Alonso, sì proprio quello del misfatto dell’andata, che sorride e scherza con altri compagni. E dall’altra parte quelli del Porto tesi come corde di violino, quasi consci del destino che di lì a poco si sarebbe abbattuto su di loro. Quella dei bavaresi è una sicurezza che nasce dalla consapevolezza dei propri mezzi, dal fatto che nel 3-1 di Oporto ci sia stata la loro oggettiva responsabilità al di là dei meriti della squadra portoghese. Allora perché aver paura? Perché temere l’avversario o essere imprigionati nell’ossessione di dover dimostrare qualcosa di già ampiamente dimostrato, quando ci si sente di fatto i più forti? Sorrisi, lazzi e atmosfera di “paradossale” allegria dunque. E che la festa cominci.

Il calcio è ancora totale. Le assenze di Robben, Ribery e Schweinsteiger hanno pesato e pesano tantissimo, vero, ma il sistema Bayern funziona anche senza di loro. Questo l’assunto e il riassunto dei primi 40 minuti di gioco, nei quali i tedeschi sono già avanti di 5 reti. Nella peggiore delle ipotesi ne sarebbero bastate soltanto tre. La metà campo del Porto sembra Fort Alamo e il Bayern non ha alcuna intenzione di fare prigionieri. I portoghesi non riescono letteralmente a oltrepassare la linea di centrocampo, i Quaresma, i Brahimi e i Jackson Martinez, eroi di una settimana prima, sembrano ombre nella lunga notte di Baviera dove solo un lampo del colombiano, nella ripresa, è capace di illuminare d’orgoglio i dragões, un’illusione che accende per un attimo la spenta rassegnazione di Lopetegui e i suoi. Il tiki-taka era un ludus puerorum, qua si fa sul serio. Da Neuer a Lewandowski il Bayern è un unicum, la palla circola come un flusso di particelle subatomiche in un acceleratore. Tra le due compagini c’è una differenza di velocità, di spazi e di dimensione. Il calcio ridiventa una cosa totale e totalizzante e non riguarda i portoghesi. Poi nella ripresa tutto decelera e si riavvicina all’umano, non per questioni di sazietà o stanchezza ma perché un incontro di calcio dura “solamente” 90 minuti (più recupero). Wiedersehen in Nyon.