Nella serata “galattica” dello Juventus Stadium la Juventus si aggiudica il primo round nella semifinale d’andata contro il Real Madrid grazie a un 2-1 che reca in calce la firma dei suoi attaccanti Morata (illustre ex) e Tevez, un risultato decisamente ambiguo e probabilmente “insufficiente” in vista di un ritorno che promette fuoco e fiamme a Madrid ma che possiede il valore assolutamente positivo della vittoria, un fattore psicologicamente endorfinizzante che consente di proiettarsi nello stato mentale giusto di chi è consapevole di avere a disposizione due risultati utili su tre al Bernabeu. Partita estremamente difficile, altalenante, per una Juventus che, come al solito, ha saputo vincerla con cuore e con intelligenza dimostrando di essere più squadra del Real che invece non è organismo, struttura ma giustapposizione di fenomeni.

Si tratta di un deficit che probabilmente i Blancos accusano fin dai tempi di Mourinho e ancor prima, quello di essere un bellissimo amalgama di grandi individualità, ma pur sempre un amalgama e forse mai come ora, in assenza di un giocatore fondamentale per il gioco di Ancelotti come Modric, è ravvisabile questo problema strutturale all’interno di un contesto che fatica oggettivamente a produrre calcio. La manovra del Real, al contrario di quella bianconera (vedasi la fitta tela di passaggi ordita dal centrocampo juventino che ha portato alla rete dell’1-0 dell’ex madridista), non è generata da un costrutto ma da lampi verticali, accelerazioni improvvise, genialate del fenomeno di turno (la giocata di James sul gol del pareggio di Cristiano Ronaldo). Basterebbe analizzare i movimenti e le traiettorie del centrocampo delle “merengues” che raccontano di fughe sulle fascia di Isco e James Rodriguez, di arretramenti da parte di CR7 e Bale per procacciarsi palloni e di numerosi passaggi sbagliati ad opera di Sergio Ramos. Un centrocampo che funziona in una sola fase, quella di copertura, incapace di costruire gioco dove, d’altronde, tranne Kroos uomo d’ordine e di qualche azzardo geometrico, sono tutti fuori ruolo. Ramos a centrocampo è un brutto film che Ancelotti si ostina a voler proiettare ma è un’invenzione senza futuro.

Però anche se la galassia Real è fatta di stelle solitarie, i “galacticos”, i decacampioni sono sempre loro e un motivo probabilmente c’è. Già, perché comunque questi fenomeni selvaggi con la palla al piede sanno come far male e spesso accade, come nell’ultima giornata di Liga contro il Siviglia, che vincano partite praticamente da soli, quindi la Juventus sarà chiamata a fare e dare di più sfruttando il fattore squadra (Vidal e Sturaro hanno corso per undici ma la superiorità a centrocampo era bianconera) e l’organizzazione di gioco ben più evoluta di quella dei rivali poiché di fronte alla prevedibile trance agonistica dei Blancos potrebbe non bastare rintanarsi dietro dopo aver segnato un gol, o cambiare modulo come ha fatto dopo il nuovo vantaggio siglato da Tevez su rigore per resistere al preventivabile assedio spagnolo. La vittoria è legittimamente esaltante perché meritata, ma la Juve non deve fare l’errore di intimidirsi subendo i timori reverenziali e nemmeno quello di sopravvalutarsi poiché la concentrazione ora è l’elemento chiave di tutto. Per Allegri il difficile viene proprio adesso. Come col Dortmund deve mostrare i suoi segni distintivi che la stanno rendendo una delle realtà più forti d’Europa: umiltà e intelligenza. In questo particolare momento storico la Juventus è complessivamente più forte del Real Madrid e presenta meno punti deboli, deve soltanto avere il coraggio di dimostrarlo.