Non sempre, anzi quasi mai, estetica e funzionalità coincidono. In genere la Juventus è una di quelle realtà che riescono a trovare una felice coniugazione dei due principi. Non è successo nel caso del match di ritorno dei quarti di finale di Champions League contro il Monaco nel quale però una brutta Juve al termine di un pareggio a reti bianchi porta a casa una preziosa qualificazione alle semifinali del torneo più prestigioso d’Europa. Dopo dodici anni d’attesa dunque, ovvero dopo quel 2003 che vide la Juve sconfiggere il Real Madrid in semifinale per poi perdere la coppa ai rigori contro il Milan all’Old Trafford. Come ha sottolineato Allegri nel post-partita, stizzito dalle critiche mossegli dagli esegeti del calcio della carta stampata e non, in determinate occasioni non si guarda in faccia a nessuno, c’è una “ragion di Stato” che va al di là di tutto, una qualificazione che come fine oltrepassa il valore in sé della prestazione. La ragion di “status” è essere là, tra le quattro regine d’Europa, nel Gotha del calcio che conta (in ogni senso).

Recriminazioni. Il Monaco recrimina tanto e in qualche misura anche legittimamente, la protesta s’incarna e s’incarta nella figura del suo allenatore Leonardo Jardim, cui vanno comunque i meriti di aver riorganizzato una squadra nel contesto di una società sull’orlo del fallimento, gestendo al meglio la succursale di Jorge Mendes, il quale al culmine del doppio confronto con i bianconeri non smette di ricordare il rigore inesistente dell’andata e la vittoria “morale” o “ai punti” del ritorno, vittoria che però nel calcio come in altri sport, conta zero. Che poi, a voler analizzare quanto accaduto in campo, le migliori e più nitide occasioni da rete sono state juventine con la bordata ad effetto di Tevez da fuori area e la punizione di Pirlo che ha scheggiato la traversa nel finale.

Vittoria ai punti del Monaco. Il Monaco ha senza dubbio interpretato meglio la gara, ma era la squadra in svantaggio che avrebbe auspicabilmente dovuto fare la fatidica prima mossa. Oltre a un approccio mentale giusto alla partita, il fatto cioè di aver cercato il gol ad ogni costo, addirittura attraverso introducendo un modulo ancora più aggressivo con l’ingresso di Berbatov a inizio secondo tempo al posto di Toulalan, esistono dei demeriti oggettivi da parte dei monegaschi poiché tutto il dinamismo prodotto, ha generato di fatto ben pochi pericoli per la porta di un Buffon messo a rischio più dal fuoco amico di qualche svarione difensivo. L’intestardirsi sullo schema del traversone dalla trequarti o dal fondo per la testa di Martial non ha portato a nulla e il gioiellino della squadra del Principato a un certo punto è stato costretto a uscire per manifesta inutilità. Il Monaco non ha saputo trovare il grimaldello giusto per scardinare il dispositivo difensivo della Juventus.

Attenuanti. La Juve ha giocato una partita a “metà”. Se da una parte quel baricentro bassissimo gli ha consentito di contrastare qualsiasi ipotesi offensiva avversaria erigendo nella pratica un muro insormontabile davanti e dentro l’area di Buffon disponendosi dunque più come un 5-3-2, per altri versi non è stata in grado di sfruttare la forza del suo 3-5-2. Questo sistema di gioco ha funzionato col Monaco, ma ora l’asticella si alza notevolmente e con Real, Barcellona e Bayern di Monaco una Juventus del genere è semplicemente impresentabile. Molto dipenderà da quel fattore decisivo rappresentato dalla condizione fisica, perché dietro alle motivazioni della partita “sbagliata” col Monaco ci sono alcune attenuanti date dalla pessima forma, evidentissima in campo, di Tevez, di Morata, di Vidal (giorni di febbre da tonsillite) e Pirlo rientrato dall’infortunio, ancora lontano dal suo standard fisico.