Nella seconda attesissima semifinale di Champions League tra Barcellona e Bayern Monaco le multicromatiche coreografie del Camp Nou prima del big match hanno fatto da preludio allo spettacolo calcistico che di lì a poco sarebbe andato in scena su uno dei prati più famosi d’Europa, quasi un clasico della competizione Uefa più quotata di sempre, un magico caleidoscopio di emozioni garantito dai due club che attualmente giocano il più bel calcio sul pianeta Terra. Al culmine di un match bloccato per buoni 3/4 di gara sullo 0-0, l’apoteosi blaugrana si abbatte sugli attoniti bavaresi: gli ultimi venti minuti Barcellona si trasforma in Guernica e i catalani sparano ad alzo zero tre colpi di mitraglia contro gli avversari, una raffica che non lascia scampo al Bayern, uccidendo la partita e disperdendo a terra i feriti, frastornati e incapaci di rialzarsi di fronte alla potentissima artiglieria ispanica. Il 3-0 suona roboante e stordente per una squadra come quella di Guardiola disabituata a subire, un risultato che desta ancor più impressione di quello maturato nell’andata dei quarti di finale al do Dragão contro il Porto, poiché in questo caso reca i crismi dell’inesorabilità. La notte catalana ha negato il sogno di finale del Bayern e la speranza bavarese sembra essersi annihilita nella Abendland del Camp Nou che non è mai terra di conquista.

Killing them softly. I due vecchi amici e compagni d’avventura del Barcellona che fu Luis Enrique e Pep Guardiola si abbracciano fraternamente ma sono e saranno ancora grandi rivali poiché è stata e sarà ancora battaglia fino alla fine, anche se la distanza tra Monaco e Berlino ora sembra essere abissale. L’asturiano dopo diversi tentativi non o malriusciti (quello a Roma praticamente abortito) ha compiuto il capolavoro, la squadra finalmente perfetta. Come e forse anche più di quello di guardiolana memoria, benché non abbia ancora vinto nulla (ma il passo dalla potenza all’atto è qualcosa di aristotelicamente prossimo), il Barcellona di Luis Enrique è lo spettacolo del calcio davvero “totale”, è pressing a tutto campo per tutti e 90 i minuti di gioco, ampiezza, fluidità di movimento, armonia, divertissement, una squadra che sa uccidere dolcemente a colpi di fioretto, ma inesorabilmente e a ripetizione. Le individualità naturalmente sono pazzesche e talmente fenomenali che non occorre neanche menzionarle, ma è la totalità di un collettivo molto più forte della somma delle sue unità compositive. Chi storceva il naso su Rakitic a inizio stagione dovrebbe essere obbligato a riguardarsi questo Barcellona-Bayern fino alla fine dei suoi giorni, come un “trattamento Ludovico”.

La carezza dell’assassino. Il gioco del Bayern è un altro ordigno mirabile ma non senza alibi, e purtroppo senza Alaba. La trasferta sabbatica a New York e negli States in generale ha insegnato a Guardiola la grande verità dello sport americano: “process over results” (il processo prima dei risultati). Il gioco del Bayern è uno spietato fiore di carne, una pianta carnivora che cannibalizza il gioco degli avversari, il gioco bavarese è frutto di un movimento unisono e processuale, una sinfonia avvolgente che necessita di fluidità, continuità di movimento e, ancora una volta, azione totalitaria: un’onda che si dipana dalla difesa all’attacco. Ora, senza giocatori chiave come Alaba, Lahm restituito alla sua naturale posizione esterna, Ribery e Robben questa processualità non può essere attuata poiché manchevole di flusso. L’azione del Bayern è stata funzionale solamente in fase di copertura, almeno fino al quarto d’ora finale. In chiave offensiva si è assistito a un gioco segmentato, discontinuo e dunque improduttivo. Gli isolamenti di Müller e di Lewandowski sono inefficaci, il Bayern non può fondare il suo gioco sui duelli individuali, sugli uno contro uno, soprattutto quando mancano i giocatori per farlo. E a quel punto, presto o tardi, giunge la capitolazione e anche se hai a disposizione il portiere più forte del mondo, il quinto difensore, non puoi nulla contro la terrifica macchina bellica del Barcellona, contro la trimurti infernale là davanti (Messi-Suarez-Neymar), capace di produrre qualcosa come 23 gol nella sola Champions League. Eppure Neuer compie diversi piccoli miracoli tra primo e secondo tempo ma nulla ha da opporre contro la ferocia e la bellezza di Lionel Messi, la ferocia con la quale viene trafitto da fuori area e la bellezza della palomita nel secondo gol, la carezza dell’assassino.