Esistono i cosiddetti reati senza vittima, quelli in cui non si è ancora commesso nulla di male ma potenzialmente si è nelle condizioni di farlo. Per esempio, guidare ubriachi, o detenere un’arma da fuoco senza porto d’armi, o entrambe le cose contemporaneamente. E, curiosamente, c’è anche un reato in cui non è possibile nemmeno dimostrare l’esistenza potenziale della vittima: è il caso della bestemmia, che fortunatamente dal 1999 è stata retrocessa a semplice illecito amministrativo. Ma il calcio italiano, si sa, ama il passo del gambero e mentre gli altri galoppano in avanti, qui si tende a strisciare all’indietro.

E così, come ricorderete, nel febbraio 2010 fu introdotta un’avveniristica riforma della legislazione pallonara secondo cui, da quel momento in avanti, la bestemmia nel calcio sarebbe diventata punibile col cartellino rosso; e, per completare il capolavoro, si decise di rendere applicabile alla fattispecie anche la prova televisiva. Sì, esatto: da sei anni a questa parte, in qualche oscuro stanzino della torre più remota del castello della FIGC, ci sono degli omini zelanti che si guardano le partite di Serie A e B al rallentatore, analizzando scrupolosamente labiali ed espressioni facciali, alla ricerca di qualche porcone sfuggito alle orecchie dei sei arbitri in campo, e di qualche guizzo luciferino negli occhi del calciatore blasfemo. Naturalmente, nel giro di un mese si arrivò a situazioni carnascialesche, come quella del clivense Michele Marcolini, che si difese dalle accuse di blasfemia sostenendo di aver insultato non Dio, la causa non causata, ma Diaz (forse il generale, forse l’ex Inter, forse la scuola, non si sa), e che fu quindi graziato dal Sant’Uffizio perché, secondo il rapporto del giudice sportivo, “il diverso movimento delle labbra nelle pronuncia della vocale aperta ‘a’ rispetto alla vocale ‘o’ legittima quantomeno un’incertezza interpretativa“. Oh, Gesù bambino.

Sei anni e innumerevoli pagliacciate dopo, la situazione non è cambiata. Intendiamoci, si è sempre chiuso un occhio e spesso anche due, altrimenti il capitano della nazionale avrebbe finito per giocare la metà delle partite, privilegiando la classica soluzione all’italiana del “si fa, ma non si dice”. Ma forse qualcosa si sta muovendo, e paradossalmente dove meno era lecito aspettarselo. Il Csi, l’associazione sportiva fondata dall’Azione Cattolica, ha deciso di inserire la bestemmia nel novero delle irregolarità punibili non con il cartellino rosso (espulsione definitiva) ma con il cartellino azzurro (espulsione a tempo). “Smoccolare non è bello, non è educato e non si fa“, ha commentato uno dei dirigenti del Csi Torino, Gianco Ferreri, “ma dopotutto stiamo giocando a calcio, e può capitare che scappi una bestemmia, magari dopo aver preso una botta“. Il problema non è teologico, ma puramente pratico: siccome troppi giocatori bestemmiano come balenieri, stava diventando improbabile chiudere una gara in 11 contro 11. “Qui si gioca per passione e a tutti sembrava eccessiva l’espulsione per una bestemmia“, continua Ferreri. “Mi è capitato di prendermela con il Signore e di essere espulso, ma perfino gli avversari hanno protestato contro la decisione, perché entrambe le squadre erano in 10 uomini già dopo pochi minuti“. Dei cattolici che danno veramente il buon esempio: sarebbe un peccato sprecare l’occasione di seguirlo.