Secondo atto dell’interrogatorio da parte del pm della Procura di Cremona Roberto Di Martino che davanti al gip del tribunale Guido Salvini ha spremuto il macedone Hristiyan Ilievski, meglio conosciuto come “lo zingaro”, interrogandolo per cinque ore (e tante altre ne seguiranno ancora) circa il suo coinvolgimento nell’inchiesta di calcioscommesse. Nella precedente seduta Ilievski aveva specificato di appartenere a gangli ben precisi dell’intera organizzazione che corrompeva i giocatori di Serie A e B scommettendo sulle partite facenti capo al clan degli ungheresi e al boss di Singapore Tan Seet Eng tirando fuori nomi pesanti come quello di Bettarini, Mauri (si era parlato di una foto scattata col cellulare che ritraeva il capitano della Lazio insieme al macedone, ma la prova non è mai stata esibita) e Milanetto.

Nella nuova sessione dell’interrogatorio “lo zingaro” non si è limitato a fare nuovi nomi ma ha addirittura tracciato il profilo psicologico e comportamentale di alcune figure coinvolte nella losca organizzazione fornendo descrizioni dettagliate sul modus agendi delle persone con le quali intratteneva rapporti per truccare le partite e generare nuove combine. Secondo indiscrezioni sarebbe durata tre giorni la trattativa per manipolare Lecce-Lazio del 2011, avvenuta in un albergo frequentato abitualmente dalla squadra di casa dove avrebbero avuto luogo gli incontri con i calciatori, tra cui Stefano Ferrario oggi al Lanciano.

È giunta anche testimonianza degli spostamenti che hanno preceduto Lazio-Genoa del 2011, quelli che da Formello hanno portato all’hotel presso il quale il Genoa si trovava in ritiro e dove Ilievski avrebbe consegnato il denaro ai giocatori. Poi il macedone ha raccontato dei suoi esordi nel calcioscommesse risalenti a un Chievo-Novara sempre del 2011, un match fino ad ora ritenuto al di sopra di ogni sospetto. Sempre secondo indiscrezioni sarebbe spuntata poi una nuova pista che condurrebbe al Livorno e altre preziose indicazioni sono emerse che confermano alcune versioni già fornite dal pentito Gervasoni.