Siccome il calcio italiano non si fa mai mancare nulla, da un paio di giorni a questa parte abbiamo un commissario tecnico della nazionale rinviato a giudizio per frode sportiva in merito all’inchiesta sul calcioscommesse. Capito bene? Quella che dovrebbe essere la copertina del nostro movimento, la selezione azzurra, è guidata da uno che, secondo gli inquirenti, contribuiva a truccare le partite. Oh certo, se paragonato al fatto che per anni abbiamo avuto un premier che raccoglieva processi come consensi, e che aveva fatto parte in passato di una loggia eversiva, tutto ciò è altamente digeribile per i nostri stomaci ben allenati. All’estero, probabilmente, sarebbe stato sufficiente per chiedere la testa di Antonio Conte – qui, invece, il presidente federale, a sua volta sospeso dall’UEFA per razzismo (!), propone al c.t. il rinnovo del contratto.

C’è anche l’altra parte della medaglia, naturalmente. A prescindere dall’ovvio assunto per cui, fino a prova contraria, tutti siamo innocenti, dal punto di vista della giustizia sportiva Antonio Conte ha già pagato: quattro mesi di squalifica, al secondo anno sulla panchina della Juve, come ha ricordato anche il presidente del CONI, Giovanni Malagò. Eppure, fermo restando che non si può giudicare due volte un individuo per lo stesso reato, se per caso il processo civile per frode sportiva dovesse risolversi con una sentenza di colpevolezza, quella squalifica apparirebbe quantomai lieve in proporzione alla colpa (Moggi, Giraudo e compagnia furono inibiti per cinque anni e quindi radiati, tanto per dire).

Ma tranquilli, bambini: non c’è praticamente alcun rischio reale che le cose vadano a finire così. Lo strano asse Conte-FIGC (nemici fino a poco tempo fa) ha dalla sua parte il più affidabile degli alleati: la prescrizione, il supereroe giuridico per eccellenza. Per la frode sportiva la legge prevede che la prescrizione scatti dopo 7 anni e mezzo dall’evento; e siccome le due partite contestate a Conte risalgono al maggio 2011, significa che sarà necessario arrivare a sentenza definitiva entro il dicembre 2018. In altre parole: tra spostamenti di sede, rinvii e ricorsi in caso di colpevolezza in primo e secondo grado, è quasi impossibile che si concluda tutto entro quella data.

Chiaro, prescrizione del reato e assoluzione nel merito non sono concetti coincidenti. Ma a chi frega qualcosa?