Se la visione del Barcellona che, dopo tempo immemore, viene fatto a pezzettini minuscoli non vi ha fatto rotolare gli occhi fuori dalle orbite per lo choc, vi sarete senz’altro accorti della composizione, diciamo, etnica delle torme guerresche del Bayern Monaco. Degli undici giocatori che ieri sera hanno travolto i catalani, ben sette sono tedeschi o prodotti del vivaio bavarese (Neuer, Boateng, Lahm, Muller, Gomez, Schweinsteiger, Alaba), senza contare altri elementi importanti come Kroos, Badstuber e Contento. Particolare buono non solo per le statistiche: la storia di questo sport dimostra come una forte impronta territoriale sia stata alla base di alcuni dei più grandi cicli vincenti che si ricordino.

Senza tirare in ballo l’Ajax di Cruijff (all’epoca era difficile costruire squadre che non avessero una forte impronta nazionale o addirittura cittadina), prendiamo il caso dei due club che più di ogni altro, negli ultimi tre decenni, hanno inciso sulla memoria collettiva per vittorie e senso di dominio: il Milan di Sacchi/Capello e, appunto, il Barcellona appena disarcionato dai bavaresi.

Delle diverse definizioni “etniche” attribuite al primo e più formidabile Milan di Berlusconi, quella che faceva riferimento all’anima olandese ha senz’altro battuto tutte le altre. Eppure, anche se molti non sembrano averci mai fatto troppo caso, il “Milan degli olandesi” era soprattutto un Milan di lombardi, spesso e volentieri costruiti in casa. Il milanese doc Paolo Maldini, i brianzoli Filippo Galli, Massaro, Colombo, Albertini e Antonioli, i varesotti Costacurta e Simone, il lodigiano Stroppa, il bresciano Baresi e il bergamasco Donadoni, oltre a milanesi acquisiti come Alberigo Evani (prodotto delle giovanili) e Tassotti (al Milan da quando ne aveva 20). Grandi giocatori, alcune leggende, ma soprattutto gente che aveva il Milan sottopelle, perché nati milanisti o perché cresciuti milanisti, e disposti a riversare la propria individualità nel cuore comune.

Con il Barcellona, la centralità dello spirito di corpo ha conosciuto un’ulteriore evoluzione: giocare nel Barça, mes que un club, significa giocare per la Catalogna e il senso di appartenenza a una società di calcio si mescola indissolubilmente con l’orgoglio patriottico di una nazione nella nazione. A tal punto che, per la prima volta nella storia, si sono verificati episodi di contro-diaspora: giovani stelle come Gerard Piqué e Cesc Fabregas che chiedono esplicitamente di lasciare i propri club di appartenenza (Manchester United e Arsenal, non proprio due circoli amatoriali) per unirsi finalmente alla Grande Madre blaugrana, dove già regnavano conterranei come Xavi, Puyol, Victor Valdes, Sergio Busquets, o “stranieri catalanizzati” come Iniesta, Pedro e lo stesso Messi. Un’evoluzione, rispetto al Milan sacchiano, non soltanto di sangue ma anche di cervello perché il setacciamento e l’addestramento delle giovanissime reclute è il perno centrale del progetto-Barcellona.

È convinzione di chi scrive che al “fanatismo da vittoria” che ha caratterizzato queste due squadre abbia contribuito in maniera decisiva anche il profondo amor patrio dei veterani. Osando un paragone irrispettoso, anche l’esercito di Roma iniziò a scricchiolare, e con esso l’Impero, quando la sua base romana e romanizzata fu sostituita da legioni in parte o interamente barbare. È senz’altro presto per stabilire se il Bayern Monaco sia destinato a imporre la propria signoria sull’Europa come hanno fatto Milan e Barcellona: forse, e anche questa è solo una convinzione personale, manca ancora della qualità individuale che, al di là dei superbi collettivi, rossoneri e blaugrana potevano usare per far breccia. In questo momento i bavaresi sono una macchina poderosa sul lungo tragitto, ma non ancora imprevedibile nel singolo momento. In ogni caso, la forte impronta germanica è evidente e questo è un inizio, come si è visto, fondamentale. Starà a Guardiola completare l’opera. Guardiola, mica uno qualsiasi.