Sarà perché la decadenza del calcio italico è ormai talmente palese da non poter essere negata nemmeno dai negazionisti per contratto; sarà perché è appena finito un Mondiale tremendo dal punto di vista azzurro; sarà perché questo Mondiale l’hanno vinto i tedeschi, seppur con indiscutibile merito; e, in parte, sarà anche perché il grande avversario di allora oggi fa quasi tenerezza. Fatto sta che la ricorrenza della finale iridata del 1994, di quel drammatico Brasile-Italia di Pasadena, Los Angeles, di cui oggi ricade il ventennale, ha un sapore più malinconico del solito.

L’abbiamo sempre riconosciuto: il Brasile fu il degno vincitore in quel torrido primo pomeriggio di luglio, nell’altoforno del Rose Bowl irresponsabilmente designato per ospitare la finale dagli scriteriati organizzatori. Gli azzurri di un allucinatissimo Arrigo Sacchi arrivarono all’atto conclusivo del Mondiale dopo innumerevoli peripezie e in condizioni atletiche penose, con Mahatma Baggio tenuto insieme per miracolo da fasciature e infiltrazioni (e da qualche sponsor particolarmente persuasivo), capitan Baresi recuperato a una manciata di giorni dall’intervento chirurgico al ginocchio sinistro, e il resto della truppa debilitato da un mese trascorso nel torrido e umido Est (per dire: Mussi fu costretto a chiedere il cambio dopo mezz’ora).

La Seleçao, più abituata a certi climi, ci schiacciò per buona parte dell’incontro, ma non riuscì a passare a causa degli insoliti errori di mira del cobra Romario e, soprattutto, della prestazione monumentale dello stesso Baresi (vedi video più sotto). Il match del capitano sarà ricordato a lungo come una delle performance difensive più incredibili della storia dei Mondiali, ma anche perché fu lui, proprio lui, a sbagliare il primo rigore nello showdown finale. Pagliuca respinse il tiro di Marcio Santos, ma poi sbagliò ancora Massaro. Restava Baggio, quello che ci aveva “tirato giù dall’aereo” all’ultimo istante contro la Nigeria. Spiazzò Taffarel ma calciò male, come raramente avevamo visto fare: la palla oltrepassò la traversa, Robi chinò la testa, il Brasile era tetracampeao a 24 anni dall’ultimo trionfo di Pelé e la coppa fu dedicata alla memoria del grande Ayrton Senna, caduto due mesi e mezzo prima sull’asfalto di Imola.

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