Tra esattamente tre giorni, il 20 febbraio, cadrà il trentesimo anniversario del giorno più importante della storia recente del Milan: l’acquisizione del club da parte di Silvio Berlusconi, che poi la successiva agiografia presidenziale trasformò (con qualche ragione) in una sorta di salvataggio dalle acque torbide dei tribunali. Un’epoca d’oro si dischiuse davanti ai tifosi rossoneri, e il fatto che arrivò immediatamente dopo il Medioevo del club, con la doppia retrocessione in Serie B  e la faticosa risalita, fece assumere all’uomo di Arcore i contorni leggendari dell’eroe della patria. Trent’anni dopo, le cose sono sensibilmente cambiate, anche perché nel frattempo è cambiato il mondo attorno, e la figura di Silvio Berlusconi non è più da tempo intangibile agli occhi degli amanti di Milan, visto che la decadenza degli ultimi anni è in parte attribuibile alle sue scelte infelici. Quel che resta immutata è l’ambizione.

Non lavoriamo solo per l’oggi. Stiamo ricostruendo una squadra per un nuovo ciclo con giovani promettenti e con molti fuoriclasse”, ha dichiarato Berlusconi in un’intervista celebrativa resa alla Gazzetta dello Sport, “e sono sicuro che ci riusciremo. In questi anni abbiamo raggiunto otto finali di Champions League e nei prossimi cinque dobbiamo arrivare a quota dieci“. Cioè altre due finali. Un desiderio tipo notte di San Lorenzo o progetto realistico? Nel primo caso vale tutto, nel secondo c’è da preoccuparsi, perché in questo momento sarebbe già positivo se nei prossimi cinque anni il Milan partecipasse due volte alla Champions League, altro che arrivare in finale. A meno di una rivoluzione gestionale e tecnica, come quella che avrebbe dovuto varare Mr. Bee. “Nel calcio moderno sono entrati soggetti dotati di risorse infinite e quindi è difficile rimanere competitivi al massimo livello. Per questo abbiamo ritenuto che l’apporto di energie e capitali freschi fosse necessario. Su questa base abbiamo una negoziazione in corso, stiamo aspettando che si concluda“.

Un altro aspetto rivoluzionario per il futuro avrebbe dovuto essere lo stadio di proprietà, fortemente voluto dalla figlia Barbara e fortemente osteggiato da correnti interne ed esterne al club, fino al naufragio del progetto. “San Siro è la nostra gloriosa storia e tutti i milanisti gli sono legati. Il futuro è comunque negli stadi di proprietà, è un modello che all’estero ha preso piede e che in Italia solo la Juve è riuscita a realizzare. L’idea di Barbara era assolutamente giusta, ma ci sono state difficoltà imprevedibili. Per il momento resteremo orgogliosamente nella Scala del Calcio, ma continueremo a guardarci intorno“.

Poi è una lunga carrellata di ricordi, dalla mitica notte del Camp Nou, quella della prima Coppa dei Campioni contro lo Steaua, alle due di Atene, dalla ferita dei lampioni Marsiglia a quella di Istanbul, dall’acquisto di Van Basten al podio tutto rossonero al Pallone d’Oro 1989 e 1990, per finire ai rapporti con i “suoi” allenatori, Sacchi, Capello e Ancelotti. Ma non poteva mancare un cenno all’attuale allenatore, quel Mihajlovic poco amato ma che comunque sta tenendo in piedi sorprendentemente bene la baracca: “Sabato cenerò con la squadra a Milanello per festeggiare l’anniversario, e ne approfitterò per chiedere a Mihajlovic di vincere tutte le partite da qui fino alla fine“. Semplice, quasi quanto vincere due Champions League nei prossimi cinque anni.