Ogni tanto i sogni d’infanzia si realizzano. Forse sono persino andati oltre nel caso di Silvio Berlusconi, una persona fuori dal comune che in trent’anni ha dato gloria eterna al Milan.

IDEE INNOVATIVE E VINCENTI

Costruito il quartiere di Milano 2 e rivoluzionato il sistema televisivo, Berlusconi decise di acquistare il Milan che era sull’orlo del fallimento. Divenne il simbolo del rampantismo e della Milano da bere. Il Milan fu un perfetto strumento di diffusione del messaggio e, allo stesso tempo, interpretò al meglio lo spirito di quel periodo. Berlusconi voleva creare una squadra moderna e vincente. Come prima mossa ingaggiò un allenatore pressoché sconosciuto, Arrigo Sacchi. Costruì una formazione formidabile: da Baresi e Maldini al trio olandese Rijkaard-Gullit-Van Basten. Miliardi su miliardi investiti che condussero il Milan a laurearsi nel 1989 campione del mondo per club. Nominati Adriano Galliani amministratore delegato e Ariedo Braida direttore sportivo, il Cavaliere comandava e se qualcosa si rompeva nella catena di trasmissione c’era la sostituzione pronta, come quando si dovette constatare che l’esperienza di Sacchi era agli sgoccioli, nella primavera del 1991. Il Vate di Fusignano lasciò dopo aver conquistato uno scudetto, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, due Supercoppe europee, una Supercoppa italiana. Mugugni e perplessità accompagnarono l’arrivo di Fabio Capelli, scacciati via dai risultati: quattro scudetti, tre Supercoppe italiane, una Coppa dei Campioni, una Supercoppa europea.

FORZA ITALIA, ANCELOTTI E LA DISCESA

Il Milan ricalcò il preciso diktat berlusconiano di essere sempre “padroni del campo e padroni del giuoco”. Nel 1992 scoppiava lo scandalo di Tangentopoli, andava in frantumi la Prima Repubblica e quelli che per decenni erano stati i referenti politici del Cavaliere finirono sotto inchiesta. Lui dalla sera alla mattina fondò un partito, Forza Italia, si presentò alle elezioni del 1994, le vinse e cominciò una nuova vita. Con tutti gli impegni istituzionali che lo attendevano, il Cavaliere lo si vide sempre meno di frequente, tuttavia nei momenti topici non mancò di farsi sentire. Campione d’Italia con Zaccheroni, i rapporti non furono mai idilliaci. Con Ancelotti le cose andarono meglio, e fu un periodo di soddisfazioni politico-calcistiche. Determinante il ruolo “da cuscinetto” che svolse Galliani. Arrivarono uno scudetto, due Champions, due Supercoppe europee, una Supercoppa italiana, una Coppa Italia, una Intercontinentale e poi, nella primavera del 2009, ci fu l’addio. Da quel momento il Milan cominciò una lenta discesa e a frenarla non bastò lo scudetto conquistato con Allegri. Un’agonia che non può però cancellare i 28 trofei in bacheca.