Questa sera, all’Allianz Arena, nell’andata dei quarti di finale di Champions League, la Juventus di Antonio Conte non avrà di fronte soltanto il Bayern Monaco (foto by InfoPhoto), ovvero una delle squadre più forti al mondo, tiranna in Germania (20 punti di vantaggio sul Borussia Dortmund) e campione d’Europa mancata per circostanze ascrivibili alle imperscrutabili bizze del caso; sarà se stessa che guarderà dritto negli occhi. Per capire chi è veramente, dopo un biennio vissuto vertiginosamente, sì, ma ancora senza la verifica della Storia, senza il giudizio estremo derivato non dall’osservazione a distanza ma dall’insindacabile prova del campo.

Per la prima volta da quando è iniziato il nuovo ciclo bianconero, infatti, la Juve dovrà misurarsi un avversario considerato unanimemente più forte e alla caccia spasmodica di quella consacrazione europea che gli è sfuggita all’atto conclusivo per ben due volte nelle precedenti tre edizioni. La squadra di Heynckens ha un’organizzazione di gioco paragonabile a quella della Juve, con molta più qualità dalla metà campo in su: con tutta la buona volontà – e con tutte le legittime riserve che si possono avere sul loro narcisismo tecnico – di Robben e Ribery non se ne trovano su sponda bianconera, anche se all’olandese potrebbe essere a sorpresa preferito il più tattico Muller (a conferma dell’arsenale di riserva a disposizione del tecnico bavarese).

Come se non bastasse, i campioni d’Italia dovranno guardare in faccia la storia. È vero, a livello nazionale non perdiamo contro i tedeschi dal massacro della foresta di Teutoburgo, nel 9 d.c., e anche la tradizione di alcuni nostri club contro il Bayern Monaco è più che positiva – il Milan diventa immancabilmente campione d’Europa ogni volta che se lo trova davanti (è successo nel 1990, 2003, 2007) – ma per la Juve è diverso. Al mito della Coppa Maledetta hanno contribuito in maniera decisiva le squadre tedesche, l’Amburgo nel 1983 e il Borussia Dortmund nel 1997. In quest’ultimo caso, poi, si giocava proprio a Monaco.

Se sul piano tecnico i bianconeri concedono più di qualcosa all’avversario, su quello psicologico la contesa appare decisamente più equilibrata. D’accordo, come detto prima, alla Juve manca ancora la consacrazione del dentro-o-fuori, della sfida senza ritorno, però i segnali in questo senso sono più che positivi (andando a memoria, l’unica partita davvero decisiva che la Juve ha perso negli ultimi due anni è stata la finale di Coppa Italia). E, di contro, i bavaresi hanno dato dimostrazione plurima di potersi squagliare sul più bello. Se la Juve fa l’Italia e il Bayern la Germania, insomma, ci sarà da ridere. Pirlo, Buffon e Barzagli, re del mondo nel 2006, lo sanno meglio di tutti.