Il giorno dopo fa ancora più male. Non è bastata una Juve meravigliosa oltre ogni più ardito sogno, anche se solo per 60′, per affondare il magnifico galeone di Pep Guardiola, non è bastato andare avanti di due gol con Pogba e Cuadrado, dettar legge dove negli ultimi anni avevano dettato legge solo Real Madrid e Barcellona, trasformare la propria area in una fortezza inespugnabile quando c’è stato bisogno di difendersi: alla fine ai quarti ci è andato comunque il Bayern Monaco, e allora è inevitabile chiedersi come sia potuto accadere.

Per Marotta il problema è stato l’arbitro Eriksson, ma è un’analisi probabilmente emotiva e sicuramente banale, anche perché era lo stesso arbitro ad aver diretto il fortunato Real Madrid-Juventus dello scorso anno. Per molti, invece, la responsabilità principale è stata di Allegri, che ha sbagliato tutti i cambi, al contrario del collega. Ma la realtà è che la gara dell’Allianz Arena, e la qualificazione in generale, è stata decisa da imprevedibili episodi, da una marcatura meno stretta del dovuto, da una palla rinviata male, dalla singola giocata di un fuoriclasse. Sfumature, dettagli, increspature quasi impercettibili nella struttura delle cose. Come in “Match Point” di Woody Allen, ci arrendiamo al fatto che il destino di un uomo dipenda da una palla da tennis che cade da questa o da quell’altra parte della rete.

Bayern Monaco-Juventus 4-2

La Juve si è guadagnata gli onori che si tributano ai valorosi sconfitti in battaglia, e anche qualcosa di più, perché i bianconeri non si sono limitati a rendere difficile la vita al favoritissimo avversario: lo hanno sottomesso, brutalizzato e spaventato, fino quasi a convincerlo di essere spacciato, fino a costringerlo ad affidarsi all’intangibilità della fortuna senza meriti. Il primo tempo è stato probabilmente il migliore della gestione Allegri, o forse il migliore da Calciopoli in avanti. Nonostante le assenze, il tecnico livornese disegna una squadra d’assalto, con un 4-2-3-1 aggressivo in cui Pogba funge da guastatore dietro l’unica punta Morata, aiutandolo nel pressing offensivo su Xabi Alonso, il faro di Pep. La disposizione tattica e l’atteggiamento spavaldo della Juve mandano in ebollizione i circuiti del Bayern, che non riesce a palleggiare e men che meno a difendersi sulle rapide ripartenze bianconere. Pogba apre le marcature al 6′, approfittando di un clamoroso errore di Alaba su lancio di Khedira, e di una folle uscita di Neuer, per depositare a porta vuota. Un altro errore in disimpegno dei bavaresi spiana la strada a Morata per il 2-0, ma l’arbitro annulla per un fuorigioco inesistente (anche se complicato da vedere). Ma è solo Juve e al 28′ arriva il sacrosanto raddoppio: Morata si traveste da Weah e si beve mezzo Bayern in un allungo di 60 metri, ridicolizzando Benatia e servendo con un no-look di esterno alla Xavi il liberissimo Cuadrado; il colombiano aggancia, salta con eleganza Lahm e batte Neuer con un destro all’incrocio.

Col senno di poi, il vero rimpianto che la Juventus è legittimata ad avere è il non aver finito un avversario moribondo. In almeno quattro occasioni, a cavallo dei due tempi, i bianconeri hanno avuto in mano l’accetta per decapitare il Bayern: Cuadrado ha centrato un palo clamoroso da non più di tre metri dalla linea di porta (43′), poi è stato Morata, il migliore tra i suoi, ad andare al tiro pericolosamente tre volte nel giro di tre minuti (10′, 11′ e 12′ della ripresa). Per oltre un’ora di gioco, l’azione offensiva del Bayern poteva riassumersi in un sinistro di Muller al 41′ ben parato da Buffon, e null’altro. E poi è arrivato il momento delle sostituzioni: Guardiola toglie Xabi Alonso, pessimo, e lancia l’ex Coman, che diventa imprendibile, mentre Allegri si priva di Morata e Khedira per Mandzukic e Sturaro. Cambi forse necessari, visto l’enorme dispendio di energie, ma la realtà è che da quel momento il match si trasforma in un assedio all’arma bianca alla porta di Buffon. E’ Lewandowski a far saltare il tappo, incornando l’1-2 su cross di Douglas Costa (migliore tra i tedeschi) dopo essersi liberato di Bonucci. Mancano 17′ più recupero, il Bayern spinge e la Juve resiste, senza nemmeno soffrire troppo, date le circostanze.

I dettagli contano, dicevamo, e se Patrice Evra, al primo minuto di recupero, avesse spazzato via quel pallone invece di volerlo controllare, ora parleremmo di tutt’altro. Ma quel pallone se l’è fatto soffiare da Douglas Costa, che poi ha riaperto per Coman, il cui cross è stato trasformato dall’implacabile Muller nel gol del 2-2 praticamente allo scadere. E tutto è cambiato in un istante. Come quando Wiltord pareggiò al 94′ nella finale di Euro 2000, tutti abbiamo avuto la sensazione che la partita sia finita in quel momento. I supplementari, infatti, sono stati un monologo del Bayern, tardivamente ma finalmente restituito alla sua dimensione di squadra quasi ingiocabile, e le reti di Thiago Alcantara e Kingsley Coman, entrambi subentrati a gara in corso, rendono giustizia all’istinto di Guardiola, fenomenale nel leggere e cambiare le partite dalla panchina. Gloria al Bayern Monaco, perché la grandezza di una squadra si vede anche nel modo in cui approfitta del minimo spiraglio per sfondare il cuore dell’avversario che lo stava per uccidere. Alla Juve restano i rimpianti, e la consapevolezza che ormai il suo livello di competitività è massimo li acuisce e li lenisce al tempo stesso.